TECNICHE AD ALTA INTENSITÀ

Le tecniche ad alta intensità fanno parte del bodybuilding ormai da svariati anni, prendono auge col bodybuilding old school ai tempi di Arnold o Zane.
La loro nascita va attribuita al famoso “no pain no gain”, si ricercava costantemente l’esaurimento muscolare, di andare oltre i propri limiti…
Col tempo però l’abuso è diminuito, purtroppo o per fortuna, in quanto in ambito natural non è possibile utilizzarle sempre su ogni set, pena la frittura del nostro SNC (sistema nervoso centrale).
Il termine intensità nel bodybuilding assume due connotazioni differenti:

-Intensità intesa come INTENSITÀ DI CARICO: ovvero l’intensità oggettiva del carico utilizzato in rapporto al nostro 1RM su quell’esercizio.

-Intensità intesa come INTENSITÀ PERCEPITA: ovvero l’intensità che l’atleta percepisce, il cosidetto carico interno.

È la seconda connotazione quella per cui viene attribuito l’appellativo di “tecniche di intensità” a queste metodiche.
Questo perché l’utilizzo di tecniche che aumentino l’intensità percepita porta appunto a rendere, detto alla buona, i set molto più intensi aumentando la densità della seduta.
Qui si apre un mondo soggettivo e poco misurabile, in quanto ciò è dovuto perché sta all’atleta regolarsi sulla base del lavoro che deve eseguire e la resa non sarà mai uguale da atleta ad atleta, basti pensare ad un banale 4×8, c’è chi si porrà verso le serie in modo aggressivo portandole al cedimento e chi, nonostante sia convinto di arrivare all’esaurimento muscolare invece affronterà la serie come fosse un rpe 9, o addirittura 8.              
Qui infatti l’intensità, per quanto possibile sarà misurata, da tempi sotto tensione in primis, velocità di movimento, contrazioni di picco, da varie tecniche d’intensificazione e non di meno dai tempi di recupero, i quali determineranno anche la densità del nostro allenamento.

Le tecniche di intensità tornano utili come assi nella manica da giocare durante la propria programmazione annuale, in quanto, come vengono periodizzati lavori neurali, meccanici e metabolici, anche l’utilizzo di queste va periodizzato.
Infatti torneranno utili per dare stimoli differenti o superare uno stallo, o ancora per insegnare cosa significhi esprimere intensità.

TECNICHE DI INTENSITÀ

Esistono molteplici tecniche di intensità, solo alcune però sono codificate e conosciute, molte sono solo frutto della fervida fantasia dell’ideatore stesso.

REST PAUSE

Una delle mie preferite, consiste nel proseguire con la serie una volta arrivati a cedimento durante la fase concentrica con altri microset a loro volta protratti a cedimento, intervallati da brevi pause di 10/30 secondi, mantenendo il carico invaritato.

La quantità di microset da eseguire dopo essere arrivati a cedimento con la serie effettiva varia a seconda della quantità di lavoro che si vuole accumulare.

Tecnica che torna utile se inserita nell’ultimo set dell’esercizio target, in quanto, per il grado di cedimento richiesto non sarebbe possibile utilizzarla su tutti gli esercizi.

TUT

TUT sta per tempo sotto tensione, ovvero la durata della serie ed è costituito dal totale dei secondi richiesti per eseguire sia la fase eccentrica che concentrica di una ripetizione, moltiplicato poi per il numero di ripetizioni.
Giocare col TUT è una delle tecniche che presenta più sfaccettature, in quanto possiamo utilizzare tempi totalmente differenti.

Ad esempio: 3-1-1-0, 4-2-1-0, 3-0-3-0 e via dicendo, vi sono centinaia di possibilità.

Questa tecnica torna utile per aumentare la densità, o anche per insegnare il controllo del gesto ad atleti novizi o intermedi che non hanno piena padronanza del carico, per non parlare poi della possibilità di ridurre/annullare il riflesso miotatico aggiungendo dei fermi più o meno lunghi a fine eccentrica.
Utilissimo anche da inserire su esercizi in cui si fatica a percepire il muscolo target.

SUPER SET

I super set consistono nell’eseguire due esercizi di seguito senza recupero tra questi e può essere eseguito sia unendo esercizi per muscoli antagonisti che per il medesimo gruppo muscolare, questi ad essere precisi prendono il nome di set composti, ma ormai vengono inseriti entrambi nella categoria super set.
I super set in cui si utilizzano muscoli antagonisti tornano utili per ridurre la durata della seduta aumentandone l’intensità ed evitando che vi sia comunque un calo nella performance, infatti trovano spazio anche in contesti di ipocalorica in quanto permetto di avere un dispendio maggiore.
In contesti di bulk invece saranno utili per veicolare le calorie alte a cui solitamente ci si trova.

GIANT SET

Si presentano come i super set o set composti, con l’unica differenza che questi prevedono l’esecuzione in serie di 3 o più esercizi, in sostanza l’estremizzazione dei suoi cugini.

J REPS

Le serie in J reps consistono nel dividere il ROM da utilizzare in due o massimo tre porzioni, andando a lavorare prima nella porzione di ROM che presenta maggior tensione, la quale partirà da inizio o metà ROM a seconda dell’esercizio, per poi continuare con la metà di ROM mancante.
Il range di ripetizioni in cui si lavora solitamente va dalle 20 alle 30.
Poniamo il caso di aver scelto un 20 reps target su un esercizio come la distensioni con manubri su panca a 80 gradi, prima eseguiremo 10 ripetizioni da inizio ROM fino a metà e poi da metà fino alla fine, in quanto la porzione più ostica è quella che presenta allungamento.
Le prime 10 ripetizioni dovranno terminare vicino al cedimento, in caso così non fosse, significherà che il carico utilizzato è troppo basso.

STRIPPING

Lo stripping, come per il resto pause, consiste sempre nel protrarre la serie oltre il cedimento, con l’unica differenza che per i microset successivi a quello in cui si raggiunge il primo cedimento concentrico, questi subiranno una diminuzione del carico del 10/20% senza utilizzare brevi recuperi.
È una tecnica che conviene utilizzare su esercizi in cui è possibile cambiare facilmente e rapidamente il peso per non perdere troppo tempo tra ogni microset.

PRE STANCAGGIO

La tecnica del pre stancaggio si basa sull’utilizzo di esercizi analitici (complementari) prima di un esercizio multiarticolare, così da affaticare il muscolo interessato.
Può essere fatta nella versione anche per stancare i muscoli sinergisti che, spesso, per cause antropometriche o di attivazione, diventano dominanti o primi motori in un determinato esercizio, impedendo al soggetto di far ricadere lo stress desiderato sui muscoli desiderati, pregiudicandone il potenziale di sviluppo.

Tipico esempio sono le croci con manubri svolte in un range di ripetizioni medio (da 6 a 12), anteposte alla panca piana che viene svolta in un range variabile, a seconda dei fini. 

LAVORO DI SOLA ECCENTRICA

Fare le ripetizioni negative pone come finalità quella di aumentare lo stress meccanico indotto da una serie con carichi rilevanti.
Inoltre aumenta per forza di cose la quantità di volume svolto con un dato carico ed una data intensità.
Una vota giunti al cedimento muscolare e con l’aiuto di un partner, si porta a termine solo la fase eccentrica dell’esercizio, in quanto durante la fase concentrica si verrà aiutati dal simpatico amico.
Vanno eseguiti con l’aiuto di un partner in quanto l’allenamento (o le serie) è basato solo sull’esecuzione della fase eccentrica, con la fase concentrica eseguita dallo spotter.

RIPETIZIONI FORZATE

Le ripetizioni forzate richiedono come per i lavori di sola eccentrica un partener, in quanto, una volta arrivati al cedimento la serie va protratta oltre con un aiuto per completare la fase concentrica delle ripetizioni successive.

PEAK CONTRACTION

La contrazione di picco consiste nel mantenere, per qualche secondo, la contrazione isometrica al termine dello svolgimento di una contrazione dinamica.

La finalità di questa tecnica è quella di aumentare la quantità di fibre reclutate durante la contrazione dinamica, visto che la forza isometrica è superiore a quella dinamica di circa un 10% e visto che si cerca di ingannare il sistema nervoso facendogli credere di trovarsi di fronte a un carico inamovibile.

RIPETIZIONI PARZIALI

Consiste nell’eseguire solo una porzione del movimento (quella che presenta la minor tensione) una volta raggiunto il cedimento concentrico nella serie.

CHEATING

Il cheating è una delle tecniche più rozze che esistano, che troppo spesso è utilizzato anche senza volerlo o saperlo. Consiste nell’aiutarsi a fare qualche ripetizioni in più tramite piccoli slanci o spinte durante l’esecuzione di un esercizio. L’errore più comune è quello di applicare questa tecnica sin dalla prima ripetizione.
Viene utilizzata di frequente da molti bodybuilder professionisti.

SERIE A 21

Consistono nel dividere il rom in due porzioni ed eseguire prima 7 ripetizioni nella porzione più ostica, poi 7 in quella più semplice e poi 7 complete.

SERIE INTERROTTE

E’ un ulteriore variante delle tecniche che prevedono l’interruzione del lavoro durante le serie, che prevede la sollecitazione e la quasi totale o totale deplezione dei fosfati energetici (sistema ATP/CP), con l’intervento non massiccio del sistema lattacido, cosa che ci permette di mantenere ancora alta l’intensità allenante.

L’ideatore delle serie interrotte è Filippo Massaroni, consiglia di utilizzare un’intensità di circa l’80% rispetto al massimale ed eseguire con questa intensità 5 ripetizioni (lasciando quindi un ampio buffer), recuperare 15-20’’, compiere un’altra serie da 5 ripetizioni, di nuovo recupero, nuova serie ancora da 5 ripetizioni portata ad esaurimento, di nuovo recupero e compiere un’ultima serie o con lo stesso carico o riducendolo quanto basta, raggiungendo l’esaurimento muscolare.

Ne uscirà un 5×5 + 4 ripetizioni finali, fatto con un carico col quale si cederebbe all’ottava ripetizione ma con un breve tempo di recupero tra le serie.

CLUSTER SET

Il cluster set è una tecnica di intensità simile ma non uguale al rest pause. Essa consiste nell’utilizzare carichi che vanno da circa l’85% dell’RM a poco più del 90%, un numero di ripetizioni prestabilito (singole e cosi via a carichi elevatissimi e più ripetizioni a carichi medi), recuperi brevissimi tra le ripetizioni (da 20’’ a 40’’)  e più lunghi tra i sets (180’’), per più volte ( 2-3 rounds o sets).

CONCLUSIONI

Queste sono la maggior parte delle tecniche di intensità più conosciute ed utilizzate nel bodybuilding.
Come già detto, tornano utili se il loro uso non diviene abuso ma resta contestualizzato e periodizzato in modo corretto.
Siamo fatti per reggere alto volume se correttamente condizionati, il problema però è appunto l’intensità, per questo motivo non bisogna abusare delle suddette tecniche.
L’intensità è in grado di rompere l’omeostasi organica più di ogni altro stimolo.
La rompe a tal punto che spesso non siamo in grado di determinarne i tempi e le modalità di recupero, e questo perché ci si abitua e ci si condiziona soltanto “relativamente” all’intensità.
Non sempre il nostro corpo necessita dello stesso recupero, in quanto questo è influenzato da stressor esterni, quali la dieta, il sonno, il lavoro e via dicendo, quindi uno stimolo sovramassimale se non periodizzato potrebbe portare ad uno stallo o addirittura al sovrallenamento.
Quindi, queste tecniche vanno viste come un extra da inserire nel protocollo e non un must.

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BENESSERE EPATICO

Questo è argomento che tocca in prima persona buona parte degli atleti del mondo del bodybuilding e non solo.
Ho deciso di parlarne anche se si tratta di un argomento un po’ tabù visto a cosa è legato, perchè, e non prendiamoci in giro, il doping è oggettivamente e ampiamente diffuso nel mondo dello sport.
Considerando anche che un po’ di informazione in merito può tornare utile come forma di prevenzione (prevenire è sempre meglio che curare) in quanto comunque si sa che l’uso di anabolizzanti non è salutare, anzi…
Oggi non parlerò del comparto alimentare, bensì dell’integrazione atta a proteggere e mantenere il benessere epatico, torneremo poi a vedere come possa essere gestita la dieta per una fase detossificante.

IL SEGRETO DEL BENESSERE EPATICO

Il rimedio naturale per eccellenza per detossificare il fegato è bere acqua calda e limone al mattino. Purifica il sangue, regola l’intestino e favorisce l’eliminazione delle scorie in eccesso.
Basta, articolo finito, tutti a casa.
No, ok, frase copiata ed incollata a caso da google a parte, che purtroppo, o per fortuna, ciò che è scritto in realtà ha un impatto pressoché irrisorio se si tratta di proteggere il fegato dagli anabolizzanti…
Vediamo cosa realmente può tornare utile, ovviamente si tratta di integratori, quindi nemmeno questi fanno miracoli, però rispetto all’acqua calda col limine perlomeno non è come combattere un bazooka cin una banana.

PERCHÉ MANTENERE IN SALUTE IL FEGATO

Pare una domanda abbastanza stupida e scontato per chi ragiona cum grano salis, in quanto avere un fegato in salute, non so voi, ma penso sia importante per vivere.
Mamma mia quanto sono simpatico oggi…
Cavolate a parte, lo specifico perché purtroppo molti lasciano la salute in secondo piano, quindi volevo dare qualche ragione in più a chi si cura solo del fine tralasciando la propria salute, del perché se si vuole arrivare alla miglior condizione possibile è bene che il fegato funzioni a dovere.
Quando il benessere epatico è compromesso e quindi il nostro fegato appesantito, altre al rischio a livello di salute, vi è anche quello di compromettere i propri obiettivi, in quanto, se una ruota inizia a non girare più a dovere, ne risente tutto il carro.
Se la salute viene compromessa da questo punto di vista ne si risentirà in primis a livello alimentare, palesandosi con senso costante di inappetenza e problemi a livello gastrico per quanto concerne la digestione, con conseguente stanchezza/spossatezza cronica e nausea.
Tutto ciò a sua volta si riverserà sulla condizione, in quanto ciò in primis porterà ad uno stress veramente elevato, quindi cortisolo che schizza a picco e ad una difficoltà nell’attinenza del proprio piano alimentare.
Pensato ad un culturista coi suoi sei classici pasti al giorno, assumete il primo e già assumere il secondo anche a distanza di due/tre ore risulterà ostico in quanto probabilmente sarà ancora in fase digestiva il precedente, dilatando così gli orari di tutti i pasti.
Questo potrebbe poi riflettersi anche sull’allenamento in quanto la resa sarà minore, affrontate ogni sessione mentre stato ancora digerendo o avete la nausea, sarà sempre un calvario.
Quindi andrà ad instaurarsi un circolo vizioso che potrebbe portare ad un fallimento nella vostra preparazione.

INTEGRATORI

Gli integratori che tornano utili in questi contesti per la depurazione del fegato sono:

-Silimarina

-NAC (n-acetil cisteina)

-ALA (acido alfa lipoico)

-arginina

-Curcuma

-Glutatione

Lascio per ultimo il glutatione perché è un discorso che va approfondito maggiormente, in quanto ne esistono più forme e non sono tutte biodisponibili, ma al contempo rimane l’alleato più valido per il supporto del nostro amico fegato

SILIMARINA

La silimarina è una miscela costituita soprattutto da tre sostanze: la silibina, la silicristina e la silidianina. Questo complesso di flavonolignani si trova in diverse piante, soprattutto nel cardo mariano, dov’è originariamente presente nel rapporto 3:1:1.
L’importanza del cardo mariano è conosciuta da tempo in ambito fitoterapico, dove viene tradizionalmente impiegato  per migliorare la salute e la funzionalità del fegato. 
I suoi benefici a livello epatico sono riconducibili soprattutto alla sua capacità di aumentare la sintesi delle proteine epatiche e di inibire quella dei mediatori infiammatori e dei radicali liberi. 
La silimarina viene assorbita per via orale ed escreta attraverso la bile, con un’emivita di circa 6 ore.
In campo medico viene utilizzata con successo come coadiuvante nel trattamento delle epatiti, delle cirrosi croniche, delle intossicazioni epatiche ed in caso di avvelenamento da Amanita Phalloides.
In ambito sportivo viene invece utilizzata appunto per sopperire all’intossicazione generata dai farmaci anabolizzanti.
Si può trovare sotto forma di integratore, anche ad alti dosaggi, nei vari studi clinici sono stati utilizzati dosaggi mediamente compresi tra i 200 ed i 1000 mg di silimarina al giorno.
Un sovradosaggio non presenta effetti collaterali rilevanti, salvo l’effetto lassativo generato ad alte dosi probabilmente a causa del suo stimolo positivo sulla sintesi e sul flusso biliare.
Personalmente, con dati delle analisi alla mano ho trovato che il dosaggio migliore sia di 1200mg al giorno.

NAC n-acetil cisteina

La NAC viene utilizzata anche per le sue proprietà antiossidanti.
Il gruppo chimico tiolico o sulfidrilico è in grado di neutralizzare direttamente i radicali liberi.
Il motivo per cui però a noi interessa l’assunzione della NAC è che si tratta di un precursore del glutatione, che è la sostanza a effetto antiossidante più importante per la protezione delle cellule del nostro corpo.
La tossicità indotta dagli anabolizzanti è dovuta alle metilazioni, singole o doppie, che alcune molecole presentano e che sono necessarie perché queste possano essere biodisponibili.
Queste metilazioni portano ad un esaurimento del glutatione epatico, il fegato è l’organo preposto alla disintossicazione dell’organismo e l’esaurimento del glutatione lo danneggia gravemente e in taluni casi può provocare la morte.
La NAC somministrata per via endovenosa o orale entro 24 ore dall’intossicazione è efficace nel ripristinare i livelli di glutatione e quindi nel prevenire i danni al fegato.
Attenzione però che non è tutto oro quel che luccica, un sovradosaggio di NAC può sortire l’effetto opposto, quindi non esagerate.
Il dosaggio consiglio, che è comunque “danno dipendente”, proprio per questo presenta un range così ampio va da 1000mg fino a 2000mg.

ALA acido alfa lipoico

Le sostanze ad attività antiossidante svolgono un ruolo primario nel “difendere” le cellule epatiche dai danni generati dallo stress ossidativo e dai radicali liberi prodotti da diverse reazioni biochimiche che avvengono proprio a livello epatico.
Fra queste sostanze la più attiva è senz’altro lacido alfa-lipoico, in quanto presenta un fortissimo potere antiossidante.
Esso, infatti, è caratterizzato da un elevata reattività contro i radicali liberi ed è in grado di rigenerare la Vitamina C e la Vitamina E ossidate e di innalzare i livelli tissutali di glutatione. Da uno studio su pazienti pubblicato su una rivista scientifica è emersa l’efficacia d’uso nel trattamento di disordini epatici dell’acido alfa-lipoico in combinazione con selenio, Vitamina E e silimarina.
La vitamina E ed il selenio in questi articoli li tralascerò in quanto presentano benefici piuttosto irrisori se paragonati agli integratori sopracitati e quelli che ancora devo citare.

ARGININA

Tralasciamo un secondo l’idea che possa aumentare la produzione endogena di ormone delle crescita ed affini e andiamo a vedere ciò che a noi interessa ora.
L’uso di Arginina in ambito sportivo è attualmente giustificato dal ruolo antiossidante ed immunomodulante, prezioso soprattutto durante sessioni allenanti particolarmente intense, piuttosto che durante competizioni prolungate.
Non meno importanti sarebbero anche il potenziale ruolo ergogenico, legato all’attività gluconeogenica dell’Arginina, e il ruolo detossificante nei confronti delle scorie azotate, solitamente più elevate negli sportivi.
Sono proprio il ruolo di antiossidante e quello di detossificante per le scorie azotate che ci interessano.
Come già visto sopra il potere di antiossidante è molto utile per il fegato, ma altrettanto e proprio per questo la cita, lo è il potere detossificante per le scorie azotate.
L’alimentazione di un culturista è di base un’alimentazione iperproteica, quindi una parte delle proteine andrà sicuramente in scorie azotate, soprattutto quando si tratta di user, in quanto l’introito proteico in questo caso sarà nettamente superiore.
La dose utile è di circa 10g, ancor meglio se assunti nel pasto post allenamento, in quanto ha un effetto positivo sulla glicemia, riducendo il picco che si va a creare nel pasto che solitamente presenta la quota glucidica più elevata.

CURCUMA

Lo stress ossidativo è considerato una delle cause principali di danno epatico, indotto da numerosi fattori, tra cui alcol, droghe, infezioni virali, inquinanti ambientali, diete scorrette ecc. La curcumina è una delle molecole più comunemente usate per proteggere il fegato, infatti esercita una notevole protezione su questo e numerosi benefici terapeutici sulle malattie epatiche attraverso diversi meccanismi molecolari e cellulari.
Presenta anche la capacità di migliorare ampiamente la risposta delle cellule allo stress ossidativo, apportare benefici nella prevenzione e nel trattamento della steatoepatite non alcolica, conosciuta volgarmente come “fegato grasso” e grazie al fatto che favorisca il lavoro di alcuni enzimi deputati proprio alla depurazione epatica ha un effetto detossificante sul fegato.
ATTENZIONE però, le dosi non bisogna assumerne dosaggi molto elevati, in quanto la popolazione caucasica non avendolo come alimento primario nella normale alimentazione a differenza delle popolazioni del medio oriente, in molti soggetti vi una mancanza di enzimi atti alla sua metabolizzazione.
Quindi potrebbe sortire l’effetto opposto risultando tossica.

GLUTATIONE

Il glutatione o GSH è un tripeptide naturale, vale a dire una sostanza costituita da tre amminoacidi, nell’ordine acido glutammico, cisteina e glicina. Questa particolare composizione chimica conferisce al glutatione un’elevata capacità di ossidarsi o ridursi, proteggendo le proteine e gli altri composti ossidabili dall’azione deleteria dei radicali liberi.
Più in particolare, il glutatione rientra nella composizione di un gruppo di enzimi ad azione antiossidante, chiamati glutatione perissodisa.
Da diversi lavori clinici, e da numerosissimi studi sperimentali, la somministrazione di glutatione sembrerebbe utile nel Proteggere il fegato dall’azione trasformante di potenziali sostanze tossiche.
Nonostante le evidenze cliniche incoraggianti, esistono oggi diversi dubbi, soprattutto di natura farmacocinetica, relativi alla reale utilità dell’integrazione con glutatione sotto forma orale.
Il tutto sarebbe riconducibile alla presenza, nell’intestino, di enzimi noti come gamma glutammil-transferasi, che idrolizzerebbero il glutatione assunto per os, riducendone drasticamente la biodisponibilità.
A compromettere ulteriormente la biodisponibilità di questo nutriente contribuirebbero uno spiccato metabolismo di primo passaggio e il sequestro cellulare esercitato dagli enterociti della mucosa intestinale.
L’unica forma che risulta efficace pare essere il glutatione sotto forma iniettabile, quindi il classico TAD600 reperibile in farmacia previa prescrizione medica.
La prescrizione è necessaria non tanto perché presenti controindicazioni, bensì perché si tratta della forma iniettabile.
Esistono però delle forme orali progettate di recente che presentano maggior biodisponibilità rispetto alle classiche, come il glutatione liposomiale prodotto da Tsunami Nutrition e ciò è permesso dall’associazione con ad una tencnologia unica la LipoCellTech™.
La tecnologia brevettata LipoCellTech™ è una tecnologia liposomiale in polvere utilizzata per migliorare il rilascio e la biodisponibilità di sostanze idrosolubili e facilmente ossidabili come il glutatione, in quanto, come precedentemente scritto il glutatione sotto forma orale risulta pressochè non biodisponibile.
Si tratta di una tecnologia di tipo liposomiale, è stata utilizzata l’azione dei liposomi studiando l’influenza dei fosfolipidi sui processi di coagulazione del sangue. I fosfolipidi infatti hanno la capacità di formare particelle organizzate in due strati, simili alle membrane cellulari, che possono contenere al loro interno varie sostanze attive capaci di oltrepassare indenni i processi digestivi.
La tecnologia LipoCellTech™ prevede la formazione di microsfere a partire da bilayer fosfolipidici che si richiudono su loro stessi. Queste strutture definite liposomi hanno la capacità di proteggere sia dall’azione di enzimi idrolitici che da una prematura ossidazione ma anche di promuovere la fusione con la membrana cellulare degli enterociti aumentando così la concentrazione intracellulare.
Qui il link diretto al prodotto presente sul sito di Tsunami Nutrition.

PARAMETRI DELL’ALLENAMENTO NEL BODYBUILDING

Come nella dieta, così nell’allenamento, è fondamentale sapersi giostrare coi numeri, i numeri dei parametri da tenere in considerazione quando si prepara un protocollo per la sala pesi.
È fondamentale per un buon trainer saper programmare e per fare ciò è importante conoscere i parametri allenanti, saperli gestire e contestualizzare in base agli obietti.
Questo serve per rendere un programma efficace, portare ogni serie all’incapacità muscolare, o utilizzare troppo volume, o troppe tecniche che aumentano la densità si tradurrà in un allenamento in cui dopo i primi esercizi, in una seduta piena di “junk volume”, in quanto buona parte dell’allenamento presenterà un gradi di intensità irrisorio.
I numeri e le sigle che si vedono normalmente in una scheda, come questi ad esempio:

4×8-10 con 11-12RM, 90” rec, TUT 3-1-1-0

Sono solo decodificazioni di un codice dettato dalla gestione dei parametri sopra citati.

I parametri da tenere in considerazione sono:

-Volume

-Intensità

-Densità

Ne esistono altri, ma questi tre sono sicuramente i più importanti.
Facciamo una piccola premessa, non si può progredire con tutti questi parametri insieme, ma va impostata una periodizzazione in cui si dà prevalenza a lavori ad alto volume, o alta intensità, o alta densità.
Un aumento esagerato di tutti e tre porterà solo ad un programma fallimentare, il corpo ha un limite purtroppo.
Ora vediamo cosa sono esattamente.

VOLUME

Rappresenta la mole di lavoro totale svolta nell’intera seduta di allenamento, nel powerlifting viene calcolato considerando anche il carico utilizzato e ad essere precisi viene chiamato tonnellaggio, ma in ambito culturistico possiamo relegarlo ad un calcolo più semplice, in quanto vi sono molte più variabili da tenere in considerazione e non sarebbe possibile tener conto di tutte, per questo esistono gli altri due parametri.
Come ad esempio il TUT, ovvero la velocità di esecuzione del gesto, o il ROM utilizzato, ovvero la distanza percorsa dal carico, verrà da sé che compiere un movimento lento spostando il carico per 50cm avrà un impatto diverso dal muoverlo in modo frettoloso per 30cm.

Quindi teniamo in considerazione solo serie e ripetizioni, ottenendo così questa formula:

Volume = Serie per gruppo muscolare X Ripetizioni per gruppo muscolare

Esempio:
Seduta di petto con 2 esercizi da 5 serie l’uno e 10 ripetizioni a serie
5X10 + 5X10 = 100

Ricordatevi però che talvolta, (nei multiarticolari solitamente) un muscolo può essere allenato indirettamente, come ad esempio i bicipiti nelle trazioni.
In questo caso basterà utilizzare la stessa formula vista in precedenza e dividere per due.
Facciamo finta che prima quei due esercizi fossero entrambi delle spinte su panca in cui interviene anche il tricipite, avremo quindi:

Volume = (Serie per gruppo muscolare X Ripetizioni per gruppo muscolare) /2

(5×10 + 5×10)/2 = 100/2 = 50

Il volume per i tricipiti in questo caso sarebbe di 50 reps.

DENSITÀ

Per quanto concerne la densità, è fondamentale tenere in considerazione il TUT (time under tension), ovvero il tempo in cui il muscolo è sottoposto a tensione, quindi tutto il tempo impiegato per completare la serie.
Il TUT viene scandito da 4 numeri nelle schede che stanno ad indicare il tempo della durata di ogni fase della ripetizione:

X-X-X-X

-il primo numero indica il tempo della durata della fase eccentrica

– il secondo numero indica il tempo di permanenza nel punto di massimo stretch muscolare possibile alla fine della fase eccentrica

-il terzo numero indicata la durata della fase concentrica

– il secondo numero indica il tempo di permanenza nel punto di massimo accorciamento muscolare possibile alla fine della fase concentrica.

Quindi un TUT come ad esempio quello che sono solito far utilizzare in alcuni esercizi di 3-1-1-0 sta ad indicare una fase eccentrica di 3 secondi, un secondo di fermo a fine dell’eccentrica in allungamento, una fase concentrica di 1 secondo e 0 secondi di fermo a fine della fase concentrica.

Ora che abbiamo chiaro ciò possiamo parlare di densità, che in sostanza è il rapporto tra tempo sotto tensione (TUT) in allenamento e la durata dell’allenamento stesso ed esistono due tipi di densità:

-Locale

-Sistemica

La densità locale è data da: TUT PER GRUPPO MUSCOLARE/ DURATA DELL’ALLENAMENTO

Quindi se ad esempio per il dorso abbiamo una seduta da 60 minuti e 20 serie da 10 ripetizioni e 3 avremo:

TUTserie= Reps x TUT = 10×3 = 30S

TUTtotale= serie x TUTserie = 20×30 = 600S = 10 minuti

Quindi la densità locale sul dorso sarà:

DL = 10/60 = 0,16 = 16%

Per quanto concerne invece la densità sistemica avremo:

Densità sistematica = TUT totale/ durata allenamento

Se in una seduta di allenamento andiamo a lavorare bicipiti e tricipiti con 3 serie ciascuno da 10 ripetizioni, un TUT di 3” a serie, 1’ di recupero tra ogni serie ed una durata totale dell’allenamenti di 15 minuti avremo così:

TUTserie = reps x TUT = 10×3 = 30S

TUTtotale = SERIEtotali X TUTserie = 6×30 = 180S = 3 minuti

Quindi la densità sistemica del lavoro svolto sarà pari al 20%:

DS = 3/15 = 0,2 = 20%

Conoscendo come calcolare questo parametro sarà ora possibile giocarci per aumentare o diminuire la densità.
Per esempio, nel caso volessimo aggiungere dei super set per aumentarla mantenendo stesse serie e ripetizioni, ci ritroveremo con una durata della sessione nettamente inferiore, in quanto il tempo di
recupero sarebbe dimezzato.
Considerando che la serie durava 30 secondi, la durata attuale sarà di 1 minuti al posto dei 30 secondi precedenti utilizzando dei super set, però, così facendo, andremo a recuperare passivamente solo 30 secondi, questo perché gli altri 30 saranno sempre di recupero, ma attivo!
In questo modo a livello locale non vi è differenza, ma a livello sistemico cambia, avremo una densità raddoppiata in quanto presenteremo lo stesso volume ma la metà del tempo di lavoro necessario.

INTENSITÀ

Esistono due tipologie di intensità:

-Intensità percepita

-Intensità di carico


Il grado di intensità percepita o RPE (rate of perceived exertion) viene calcolata in base alla percezione dello sforzo che l’atleta ha durante la serie.
Può risultare imprecisa come stima, in quanto un atleta non avanzato talvolta potrebbe percepire come rpe10 un rpe9 o addirittura un 8/7 in caso di principianti.
Calcolarlo è semplice, basta fare una media tra tutti i gradi di intensità da utilizzare e dividerlo per il numero di serie, se ad esempio eseguiamo 3 serie con rpe crescente di serie in serie (ad esempio 8-9-10) avremo così:

RPEmedio = (8+9+10)/3 = 27/3 = 9

Quindi un grado di intensità medio pari a 9

Per quanto concerne invece l’intensità di carico, questa dipende dai kg sollevati e più sono rispetto al nostro 1RM dell’esercizio target, più l’intensità di carico sarà elevata.

Un modo per stimare l’intensità di media è anche questo:

Intensità = Volume tot per gruppo muscolare/ numero di serie

Quindi se eseguiamo 3 serie da 10 ripetizioni e 3 da 20 tutte con rpe10 avremo:

(3×10 + 3×20) reps / (3+3) serie = 90/6 = 15RM

Considerando che 1RM corrisponde al 100% del carico massimo utilizzabile, un 15 RM corrisponderà al 60% dell’1RM come intensità media.

CONCLUSIONI

Queste sono le fondamenta per poter costruire la propria programmazione, avere ben chiaro cosa siano e come calcolare questi parametri è la base per preparare un programma efficace.
Senza, un programma è destinato a fallire, come una casa a cui mancano fondamenta solide, alle prime intemperie potrebbe crollare.
Quindi memorizzate ed imparate a gestire questi calcoli, in questo modo avrete in mano già più del 50% di ciò che vi serve sapere per poter programmare.

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COME EVITARE UNO STALLO

La fase di stallo tanto temuta purtroppo è qualcosa a cui tutti bene o male sono soggetti durante la propria programmazione, che sia nella dieta quando si cerca di dimagrire, che nell’allenamento quando si cerca di migliorare la performance.
Purtroppo non esiste il “protocollo perfetto”, bene o male, ogni protocollo per quanto possa essere impostato a dovere è destinato a fallire, o meglio, a portare ad un punto in cui non vi sono più risultati.
Mi spiego meglio, quando cerchiamo di progredire coi carichi o, dimagrire con la dieta, arriva sempre il momento in cui questi non salgono più o, il peso non scende più, questo perché il corpo si adatta al nuovo stimolo.
Siamo fatti per sopravvivere ed evolverci e quindi per rispondere agli stimoli esterni generando un adattamento.
L’organismo quando viene sottoposto ad uno stress reagisce tramite tre fasi, nella prima capta lo stimolo ed entra in fase di allarme, da qui, se lo stimolo non è troppo forte da non permettergli di reagire, inizi a generare adattamenti per sopperire allo stress che riceve, per poi arrivare alla fase finale in cui si è adattato.
Questo è il motivo per cui è fondamentale vi sia un continuo stimolo progressivo, ciò per far sì che l’organismo continui a generare piccoli adattamenti senza andare in stallo.
Purtroppo però talvolta si arriva ad un punto in cui, che si tratti di dieta per perdere peso, o allenamenti per migliorare le proprie performance, questo non scende più o i carichi non aumentano più.
Tutto ciò è causato dal corpo che non riesce più a generare adattamenti sufficienti a poter progredire, in quanto si trova in uno stato in cui ciò che gli si va a richiedere è diventato “troppo”.
Siamo esseri umani del resto e come tali non abbiamo energie illimitate e queste vanno via via esaurendosi col passare del tempo, aggiungiamoci anche che il nostro organismo è fatto per sopravvivere e quindi preferisce ingrassare piuttosto che dimagrire ed il motivo è presto spiegato.

DIETA, COSA PORTA AD UNO STALLO

Quando si comincia la fantomatica fase di ipocalorica si va ad instaurare un deficit per permetterci di perdere adipe e questo funziona se le kcal in uscita sono maggiori rispetto a quelle in entrata (quelle che assumiamo).
Se il deficit è impostato correttamente il peso comincerà a scendere, col passare del tempo però inizierà a scendere sempre più lentamente fino ad arrivare ad un punto in cui non si smuoverà più di un grammo.
Questo perché ci allontaniamo dal set point ideale e più ci si allontana più la perdita di adipe sarà lenta, ciò è dovuto al fatto che il corpo lotta contro la perdita di peso.
Torniamo un attiamo alla preistoria, lì si cacciava per sopravvivere e vi erano giorni in cui la caccia era proficua e permetteva di riempirsi la pancia ed altri in cui ci si ritrovava a digiunare.
L’organismo si è quindi evoluto per sopperire a ciò instaurando dei meccanismi che a livello fisiologico ci rendono difficile perdere adipe, ma per nulla complesso accumularlo, questo perché siamo fatti per sopravvivere purtroppo…
Si scherza eh, però è così, quando vogliamo dimagrire andiamo contro la fisiologia umana.

DIETA, COME EVITARE LO STALLO

Nessuno vuole soffrire troppo durante la fase di deficit calorico, che purtroppo, volente o nolente, rimane comunque pesante da affrontare.
Torna quindi utile tener monitorati alcuni parametri per capire quando è il momento di inserire un refeed o una diet break per riportare il corpo a piena efficienza.
In questo caso torna utile monitorare la temperatura corporea, questa tende ad abbassarsi man mano che si procede col deficit calorico e ciò sta ad indicare una riduzione del dispendio calorico.
Ovviamente per poter utilizzare questo parametro è necessario aver monitorato la temperatura fin dall’inizio della fase di ipocalorica, così da avere dei dati da confrontare quelli attuale.
Bisogna prendere la temperatura dopo 10 minuti che ci si è alzati per ¾ volte e successivamente fare una media per avere un risultato con un minor margine di errore rispetto alla singola misurazione.
Quindi, quando la temperatura sarà scesa troppo, quello sarà il momento opportuno per inserire un refeed o una dieta break, in modo tale da riportare la temperatura a livelli ottimali.
Così facendo l’organismo tonerà ad espletare le proprie funzione in modo efficiente e probabilmente, durante questo aumento calorico vi sarà anche un calo di peso.

ALLENAMENTO, COSA PORTA AD UNO STALLO

Come già detto, tutti i protocolli sono destinati prima o poi a fallire, questo a prescindere da quanto possa essere redatto a dovere, anche quello considerabile perfetto arriverà ad un punto cieco.
Questo è dovuto al fatto che il nostro organismo non è una fonte inesauribile di energie e per quanto si adatti agli stimoli che riceve, non si può continuare a macinare PR su PR (personal record) in palestra.
Arriverà il momento in cui non riusciremo più ad aumentare nemmeno di un kg o di una ripetizioni nei vari esercizi e li sarà il momento di scaricare.

ALLENAMENTO, COME PREVENIRE UNO STALLO

A questo punto mi direte “beh grazie, hai scoperto l’acqua calda” ed è qui che arriva la parte interessante, possiamo muoverci per tempo così da evitare di ritrovarci in piena fase di overreaching e quindi avere bisogno di meno giorni lontani dalla nostra amata sala pesi.
In questo caso vi è un parametro che torna utilissimo ed è quello del battito cardiaco, questo a riposo, ci segnala quando siamo in una situazione di overreaching e c’è bisogno di riposo.
Tenderà ad alzarsi quando ci si ritrova in questa situazione, infatti anche questo dato, come per la temperatura, va preso dall’inizio del protocollo, per avere un dato di partenza con cui confrontare i successivi.
Per farlo occorrere prendere due misurazioni:

-Una prima di alzarsi dal letto, 5 minuti dopo essersi svegliati senza uscire dal letto e/o muoversi.
Qui vanno prese 3 misurazioni e poi va fatta la media

-La seconda dopo 15 minuti che ci si è alzati, facendo poi la media con la prima

Solitamente è consigliato inserire lo scarico quando la media dei battiti si alza di 15-20, risulta inutile inserire lo scarico prima o dopo solo perché lo abbiamo programmato.

CONCLUSIONI

Queste sono alcune strategie che possono tornare molto utili in una preparazione da gara, perché in un contesto così delicato, poter ridurre al minimo la possibilità di errori è fondamentale per arrivare al meglio sul palco.
Quindi, nel caso stiate preparando una gara, o semplicemente voleste essere più precisi, tenete in considerazioni questi dati, torneranno utili.

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COME IMPOSTARE UNA FASE DI BULK

Le fasi di costruzione, dette anche volgarmente di “massa” o di “bulk”, sono parte integrante del bodybuilding.
I periodi di iperalimentazione sono fondamentali in questa disciplina, in quanto lo scopo rimane sempre quello di generare ipertrofia e quindi sviluppare maggior massa muscolare.
Il problema è che non basta semplicemente mangiare “molto”, la fase di costruzione è una fase altrettanto delicata quanto quella di cut, ovvero l’ipocalorica in cui si va a ricercare una diminuzione dell’adipe.
Purtroppo, talvolta i bulk sfociano in diete da maiali all’ingrasso, in cui ci si ritrova a dar da mangiare agli adipociti più che generare ipertrofia e purtroppo, da un punto di vista ormonale porta all’instaurarsi dei processi che ridurranno di gran lunga l’ipertrofia muscolare e la performance in allenamento.
Quindi sarà fondamentale procedere per piccoli passi, come fossimo delle formichine per arrivare all’obiettivo prefissato nei migliori dei modi, soprattutto se non vogliamo ritrovarci a dover affrontare una successiva fase di ipocalorica lunga e tortuosa.
Per fare ciò sarà fondamentale un connubio tra dieta ed allenamento ben impostati, in quanto le due cose vanno di pari passo.

DIETA PER LA FASE DI COSTRUZIONE

Partiamo con ciò che concerne il comparto alimentare, che per di più, per quanto io ritenga più importante l’allenamento, è comunque l’aspetto che ci permette di controllare la composizione corporea durante questa fase.
È risaputo che per avere aumenti di massa magra è necessario un surplus calorico, il problema è: quanto deve essere elevato questo surplus calorico?
Considerando che un periodo di costruzione inizia dopo una fase di ipocalorica.
Prendiamo in considerazione come scenario la fine e quindi l’uscita dalla fase di ipocalorica per passare al periodo di costruzione per vedere come muoverci.
Terminata la fase di ipocalorica dovremo rialzare le kcal per arrivare all’introito calorico desiderato, ma ciò va fatto procedendo per gradi, iniziare ad ingerire elevate quantità di calorie porterà solo ad uno scenario indesiderato, ovvero di un eccessivo accumulo di adipe con tutto ciò che ne consegue, quindi: sensibilità insulinica che va peggiorando, aumento degli estrogeni circolanti e via dicendo.
Quindi leviamoci dalla testa gli aumenti repentini di kcal.

COME MUOVERSI DOPO UNA FASE DI IPOCALORICA?

Come già detto, dopo una fase di ipocalorica sarà necessario aumentare le kcal per cominciare la fase di costruzione, ma dovendo andare per gradi sarà necessario procedere con aumenti graduali.
Ipotizziamo una dieta in cui abbiamo toccato (numeri ipotetici) le 2000 kcal e vogliamo riportarle alla nostra ipotetica normocalorica, che sappiamo essere all’incirca sulle 2700 kcal, andremo ad aumentare gradualmente le kcal di settimana in settimana.
In un contesto del genere si potrà arrivare a livello anche in sole 3 settimane procedendo con aumenti di circa 250 kcal a settimana.
Il tempo necessario per tornare in ipocalorica è comunque variabile e dipende dalla durata della fase di ipocalorica, percentuale di massa grassa raggiunta e deficit calorico creato.
Maggiori saranno questi 3 fattori, più lento dovrà essere l’aumento per tornare alla propria isocalorica, in quanto, detto in modo volgare, il metabolismo tende a “rallentare” col protrarsi della fase di ipocalorica, quindi sarà necessario “svegliarlo” per riportarlo a lavorare a pieno regime.
Infatti un “cut” in cui si ricerca una condizione più “estrema” non termina una volta raggiunta tale condizione, bensì, se ovviamente intendiamo fare le cose per bene, quando ritorniamo ad assumere lo nostre calorie di “mantenimento”, altrimenti nel caso mandiate tutto a quel paese con sgarri sovraumani una volta finito il periodo di deficit calorico, non lamentatevi se vi ritrovate come dei suini che mangiano poco e le cui prestazioni in allenamento faticano a migliorare.

QUANTE KCAL IN IPERCALORICA?

Una volta raggiunta la nostra isocalorica, dopo la fase di deficit sarà il momento di iniziare ad aumentare le kcal per predisporre un ambiente anabolico.
L’ aumento dovrà essere graduale, la velocità con cui dovranno essere aumentate le kcal dipenderà dalla percentuale di adipe raggiunta, dal deficit creato e dalla durata della fase di deficit.
Quindi, maggiore saranno questi fattori e più lento e graduale dovrà essere l’aumento calorico, al contrario, minore saranno questi fattori e più rapidamente si potrà tornare alla propria isocalorica, in questi casi infatti si potrà talvolta anche optare per un aumento repentino tornando direttamente alle kcal necessarie come “mantenimento”.


Esempio:
-atleta che termina una gara, in questo caso si dà per scontato che la preparazione sia stata piuttosto lunga e la percentuale di adipe raggiunta sia stata veramente bassa.
In questo caso sarà opportuno procedere con aumenti graduali di circa 300kcal/week, ripartiti tra carboidrati e grassi, nel mentre verr ridotto l’intake proteico.
Ipotizziamo che l’atleta in questione abbia toccato le 1800kcal di cui 200p, 150c e 45f, predisporremo un  aumento di 300kcal circa con un ipotetico 50g di carboidrati e 10g di grassi a settimana e dopo le prime settimane andremo a ridurre le proteine.
-persona che ha raggiunto una buona condizione dopo un breve periodo di ipocalorica senza utilizzare un deficit troppo marcato, in questo caso se dalla normocalorica si è settato un deficit di 800kcal, potremmo procedere reinserendo fin da subito quelle 800kcal, personalmente sto sempre un po’ al di sotto della ipotetica isocalorica, quindi personalmente partirei aggiungendo 600kcal e non 800, per evitare rebound, ma in questo articolo mi limito a spiegarvi come si può agire in base alle normali casistiche, quindi…
Nell’aumentare le kcal ovviamente andranno leggermente ridotte le proteine, le kcal in meno potranno essere sfruttate a favore di carboidrati e grassi.
Una volta raggiunta la propria isocalorica sarà il momento di passare alla fase di surplus calorico aumentando ancora le kcal.
Anche in questo caso sarà opportuno che l’aumento sia lento e graduale e che il surplus sia minimo, questo perché gli aumenti di massa magra in un atleta non supportato (natural) saranno lenti e minimi, di conseguenza un aumento marcato del peso starebbe a significare che per lo più, il peso guadagnato sarà composto in buona parte, se non totalmente, da adipe.
Un aumento ideale di peso è di circa 0,8/1% al mese del proprio peso corporeo per essere sicuri che ciò che stiamo guadagnando non sia solo grasso.
Quindi, andando ad instaurare un surplus di circa 200/300kcal al giorno, circa 1400/2100 a settimana, andremo ad accumulare 1kg o poco meno al mese.

QUALE MACRONUTRIENTI SFRUTTARE PER L’AUMENTO CALORICO

Le proteine sono l’unico macronutriente che durante una fase di costruzione non subisce un aumento ma bensì una diminuzione.
Infatti, in una fase di surplus calorico è consigliato tenere una quota proteica di circa 2/2,2g di proteine per kg corporeo, in alcuni casi, a seconda dello stile di vita (se veramente attivo) e dell’allenamento (se veramente tassante), potranno essere necessari anche quantitativi più elevati, perché, come tutto in questo ambito, è soggettivo.

A differenza delle proteine invece, carboidrati e grassi subiranno un aumento per poter alzare le kcal.
Questi due macronutrienti a differenza delle proteine che hanno funzione plastica, in quanto sono i “mattoncini che compongono i muscoli”, hanno funzione energetica.
I carboidrati sono quelli verso cui si fa pendere l’aumento calorico, in quanto risultano essere i macronutrienti che ci dànno “energia immediata”, mentre i grassi hanno maggior rilevanza per quanto concerne l’aspetto ormonale.
Infatti è importantissimo, soprattutto per quanto concerne il gentil sesso, non scendere mai sotto i 30g di grassi al giorno per un fattore ormonale.
Per quanto concerne i grassi è consigliato assumerne dagli 0,8g fino ad 1,5g per kg corporeo di peso ed il restante delle kcal necessarie per arrivare all’introito voluto andranno utilizzate a favore dei carboidrati.
Nella maggior parte dei casi si tende a far pendere l’ago della bilancia per i carboidrati, questo però dipende comunque da svariati fattori quali: composizione corporea, allenamenti, passato, stile di vita del soggetto.

-Un soggetto che presenta una percentuale di adipe abbastanza elevata troverà giovamento a prediligere i grassi rispetto ai carboidrati, in quanto probabilmente la sensibilità insulinica sarà deteriorata.

-Un soggetto che svolge allenamenti ad alto volume necessiterà maggiormente di carboidrati rispetto a grassi, al contrario un soggetto che svolge lavori con alta intensità di carico necessiterà maggiormente di grassi.

-Un soggetto che ha avuto un passato da obeso o forte sovrappeso si troverà meglio coi grassi, questo però dipende anche dagli altri fattori sopracitati, perché in caso avesse stravolto la sua condizione e di conseguenza lo stile vita potrebbe stravolgere le cose.

-Un soggetto che ha uno stile di vita molto attivo in quanto svolge un lavoro che porta ad un dispendio elevato necessiterà di una quota maggiore di carboidrati rispetto ai grassi.

COME GESTIRE L’ALLENAMENTO

Ora che abbiamo visto a grandi linee come gestire il comparto alimentare passiamo a ciò che concerne l’allenamento.
Nella fase di costruzione, in cui le energie visto il surplus saranno nettamente maggiori rispetto alla fase di cut, potremo, anzi, dovremo utilizzare maggior volume/intensità in allenamento, più benzina = più km, attenzione però a non esagerare, si può fare di più, ma ciò non implica che si debba cominciare a svolgere sedute di allenamento che sembrano maratone.
Dieta ed allenamento devono andare di pari passo, quindi sarà necessario un connubio tra due fattori.
Partendo dal presupposto che ciò che permette di dare uno stimolo che generi ipertrofia è l’allenamento, sarà opportuno settare la dieta in base a come verrà impostato questo e ciò porterà a far pendere l’ago della bilancia per i carboidrati o per i grassi.
In caso si tratti di un allenamento ad alto volume e medio/bassa intensità di carico, sarà opportuno prediligere come fonte energetica i glucidi, al contrario, in caso di allenamenti con lavori ad alta intensità di carico e volume medio/basso verranno utilizzati maggiormente i grassi a discapito dei carboidrati.
Ovviamente vi sono poi svariate sfaccettature rispetto all’allenamento e non solo questi due casi sopracitati.

CONCLUSIONE

Ora abbiamo un quadro generale di come ci si dovrebbe muovere per impostare una fase di surplus calorico nel migliore dei modi.
Queste sono ovviamente linee guida generali e non la solita pappa pronta della serie “allenati così e mangia così”, anche perché non sarebbe possibile proporre un percorso che possa andare bene per qualsiasi individuo visto che in questa disciplina la soggettività regna sovrana.
Quindi ora armatevi di carta e penna, programmate la vostra fase di costruzione e cominciate a pompare.

IPERTROFIA: MIOFIBRILLA O SARCOPLASMA?

Come per qualsiasi utente che entra in sala pesi, l’obiettivo è migliorare il proprio fisico e quindi cercare di generare ipertrofia e sì, anche voi donzelle che dite di voler solo tonificare state cercando di generare ipertrofia.
Per essere più toniche avete bisogno di più muscolo, quindi…
Per fare ciò è necessario un allenamento che miri allo sviluppo dell’ipertrofia e più precisamente di miofibrilla e sarcoplasma, le componenti che costituiscono in percentuale maggiore i nostri muscoli.

La miofibrilla, o ipertrofia miofibrillare, detta anche ipertrofia funzionale, in quanto agisce sulla parte contrattile del muscolo, generando espressione di forza pura, infatti è tipica dei pesisti.
È sviluppata grazie ad un aumento delle miofibrille che compongono i sarcomeri e delle proteine contrattili actina e miosina.

Il sarcoplasma, o ipertrofia sarcoplasmatica è tipica di chi pratica culturismo invece, in quanto viene sviluppata tramite lavori con TUT maggiore rispetto a quelli che permettono di sviluppare la miofibrilla o lavori metabolici.
Il sarcoplasma è la sostanza all’interno della quale sono situati i sarcomeri ed è composta principalmente da organelli, glicogeno, acqua, lipidi e proteine non contrattili.

IPERTROFIA MIOFIBRILLARE

L’ipertrofia miofibrillare, come già detto, è tipica dei pesisti, in quanto è ciò che permette di generare la massima espressione muscolare della forza, infatti viene sviluppata principalmente da lavori con stimolo meccanico.
Si prestano bene a lavori di questo tipo i classici esercizi multiarticolari o fondamentali, in quanto permettono di utilizzare carichi elevati visto che pongono il muscolo ad un allungamento ideale (teoria del diagramma di tensione/lunghezza).
Viene meno frequentemente ricercata nel bodybuilding, in quanto è l’ipertrofia sarcoplasmatica a regalare più volume e quindi rendere impressivi.
Questo però non significa che lavori con stimolo meccanico vadano tralasciati a fine ipertrofico, in quanto la capacità di utilizzare carichi maggiori su range di ripetizioni più adatti all’ipertrofia permetterà di avere una maggior resa.
Il range di ripetizioni ideale in cui lavorare per ricercare l’ipertrofia miofibrillare è tra le 4 e le 8 ripetizioni, in quanto si tratta di un range più adatto all’ipertrofia, scendere sotto le 4 reps non sarebbe ideale a tal fine, anche se ciò non significa che sia sbagliato.

IPERTROFIA SARCOPLASMATICA

L’ipertrofia sarcoplasmatica è quella che viene maggiromente ricercata da chi pratica bodybuilding, in quanto si vanno ad utilizzare lavori con TUT più lunghi o comunque metabolici.
La componente metabolica che porta a generare ipertrofia sarcoplasmatica andrà svolta utilizzando lavori con TUT piuttosto lunghi, recuperi incompleti che permetteranno l’aumento della concentrazione di lattato, e la diminuzione di CP e di glicogeno muscolare.
Quest’ultima sostanza verrà poi reintrodotta attraverso la dieta e grazie al fenomeno della supercompensazione sarà possibile ottenere quell’effetto estetico di pump muscolare.
Gli esercizi monoarticolari sono quelli maggiormente utilizzati per la ricerca dell’ipertrofia sarcoplasmatica, in quanto non permettono di utilizzare grandi carichi e quindi vi è la possibilità di arrivare a cedimento senza incorrere facilmente in infortuni come invece potrebbe succedere coi multiarticolari, per di più l’impatto sull’SNC di un esercizio monoarticolare è nettamente inferiore rispetto ad un multiarticolare, quindi su lavori ad alte reps risultano meno tassanti.
Questo non toglie che anche i multiarticolari vengano utilizzati per l’ipertrofia sarcoplasmatica.
L’ideale per sviluppare il sarcoplasma è lavorare in un range di ripetizioni che va tra le 8 e le 15 ripetizioni.

QUALE RICERCARE?

Nessuna delle due va esclusa dal proprio percorso, che si tratti di bodybuilding o di pesistica, semplicemente verrà ricercata maggiormente una o l’altra a seconda del fine, in quanto sono connesse tra loro.
Un culturista che ricerca l’aumento di volumi, andando a lavorare con stimoli meccanici potrà pian piano arrivare ad utilizzare carichi più elevati da sfruttare con range di ripetizioni più adatti all’ipertrofia sarcoplasmatica e ciò permetterà di avere risultati maggiori.
Discorso analogo per un pesista, che eseguendo lavori con range di ripetizioni maggiori e quindi andando a sviluppare più volume su un determinato distretto muscolare, a parità di stimolo neurale riuscirà ad esprimere più forza.

CONCLUSIONI

Nonostante la fisiologia umana separi le due tipologie di lavori, non è possibile ricercare solo l’ipertrofia miofibrillare o sarcoplasmatica, in quanto basti pensare che se eseguo serie da 6 ripetizioni, nonostante siano più adatte a generare miofibrilla, in parte, per quanto minima, lo stimolo andrà anche a favore del sarcoplasma.
Per quanto concerne esercizi multi o monoarticolari vale lo stesso discorso, la disciplina praticata non esclude a priori l’ausilio degli uni o degli altri, semplicemente uno dei due verrà sfruttato di più rispetto all’altro o viceversa.

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Quadricipiti: come allenarli?

I quadricipiti sono un gruppo muscolare situato nella porzione inferiore del tronco frontalmente, se ben sviluppati sono di forte impatto a livello visivo ed esprimono forza e dedizione alla vista altrui, in quanto è un gruppo muscolare che risulta ostico da allenare.
Il motivo per cui è così difficile spremerli a fondo in allenamento è dovuto alla mole che presentano, ciò ha un forte impatto sull’SNC.
Si tratta infatti, di un distretto muscolare particolarmente grande (50% della muscolatura del corpo).
La quantità di materia strutturale che servirà per dare quel determinato effetto estetico sarà maggiore.
Per di più, talvolta il problema nel far sviluppare questo gruppo così voluminoso non è solo la mancanza di intensità adeguata, ma bensì di un protocollo mal impostato o l’utilizzo di ROM incompleti.
Quante volte infatti capita di vedere mezzi squat, presse in cui non viene coperto gran parte del ROM e via dicendo?
Tante, questo perché un movimento a ROM completo, non solo risulta nettamente più ostico, ma porta a ridurre drasticamente i carichi utilizzi, con un forte attentato all’ego di ogni utente presente in sala pesi.

ANATOMIA

Il muscolo quadricipite, come si evince dal nome, è composto da quattro muscoli differenti:

-RETTO DEL FEMORE: origina nella spina iliaca anteriore ed inferiore; concorre alla  flessione della coscia sul bacino e rispetto agli altri muscoli è bi-articolare, lavorando sia sull’articolazione del ginocchio che del bacino.

-VASTO LATERALE: origina dai margini del grande trocantere. Ha inserzione sul margine laterale della rotula.

-VASTO MEDIALE: origina nella parte inferiore della linea intratrocanterica.

-VASTO INTERMEDIO: origina dalla faccia anteriore e da quella laterale dei due terzi superiori del corpo del femore e dalla parte inferiore del setto intramuscolare laterale.

RANGE DI RIPETIZIONI E CARICHI DA UTILIZZARE

I quadricipiti sono muscoli molto grandi e come tali si prestano bene a lavori con stimoli meccanici, ma non sono da disdegnare nemmeno lavori più metabolici.
Quindi sarà opportuno coprire tutti i range di ripetizioni nella seduta di allenamento per dare uno stimolo completo.
Partendo quindi da lavori tra le 3 e le 6 ripetizioni, fino ad arrivare anche a 20/25, se non oltre.
Queste tipologie di lavoro, per quanto risultino diametralmente opposte, sono efficaci se inserite con cognizione di causa.

Per quanto concerne il carico invece, sarà opportuno sviluppare una discreta forza prima di perdersi in tecniche dai nomi esotici come viene solitamente fatto dalla maggior parte degli utenti in palestra.
Essendo un gruppo che si presta molto bene a lavori con stimolo meccanico, avrà bisogno di carichi adeguati per poter rendere le sedute in sala pesi produttive.
Quindi, sarà opportuno arrivare ad utilizzare carichi come un 2xBW nello squat prima di passare ai lavori di contorno, già riuscendo a maneggiare un carico del genere, vi ritroverete con delle gambe discrete.
Mi raccomando però, lo squat deve essere eseguito a ROM completo, altrimenti, se il 2xBW lo sollevate con un dildo squat (a mezzo ROM per intenderci), tanto vale andare a farsi una pedalata in montagna, sarà sicuramente più efficace.

VOLUME E FREQUENZA

Il volume allenante ideale da tenere settimanalmente dipende dal soggetto, normalmente si viaggia tra le 8 e le 24 serie settimanali, ma nessuno vieta di andare oltre o fare ancora meno.
Sicuramente per un soggetto predisposto a sviluppare con facilità i quadricipiti, potranno essere sufficienti 8 serie se non meno, a seconda del tipo di lavoro utilizzato, si trattasse di un allenamento in heavy duty
anche 2 serie potrebbero essere più che sufficienti.
Al contrario, per chi è “meno fortunato”, potranno essere necessari volumi nettamente maggiori, talvolta
fare troppo non stroppia, triste ma vero.
Ovviamente il volume globale della programmazione dovrà tener conto anche di quello utilizzato per gli altri gruppi muscolari, in quanto, aimè, non è possibile for progredire tutti i gruppi muscolari di pari passo, soprattutto considerando che l’SNC richiede un tempo di recupero maggiore e trattandosi di un gruppo così grande, l’impatto non sarà differente.

Per quanto concerne la frequenza settimanale invece, a seconda del volume utilizzato, si potrà adattare una frequenza da 1 o 4 giorni a settimana.
Una frequenza elevata può tornare utile per diversi motivi, dalla riduzione dello stress sistemico della singola seduta, in caso di alto volume settimanale, all’attivazione più volte nella stessa settimana della sintesi proteica.
Dare uno stimolo ai quadricipiti due volte a settimana, porterà ad una resa nettamente maggiore, basti pensare al fatto che in anno ci sono circa 48 settimane, attivare la sintesi proteica una volta a settimana produrrà risultati sicuramente inferiori a farlo 2, che si tradurrà in 96 volte in un anno contro le altre 48.

COME IMPOSTARE UNA SEDUTA

Il parco esercizi su cui possiamo lanciarci quando parliamo di quadricipiti è veramente vasto, si spazio dallo squat, agli affondi, al sissy squat e chi più ne ha più ne metta.
Quindi direi di focalizzarci su cosa deve avere una routine di allenamento per dare uno stimolo completo.

Prima di tutto i range di ripetizioni da utilizzare:

Il muscolo è composto maggiormente da miofibrilla e sarcoplasma, poi, in piccola percentuale anche da capillari, glicogeno, ecc.
Quindi bisognerà coprire tutti i range di ripetizioni, in modo da stimolarne tutte le componenti e qui ci viene in aiuto il buon vecchio Hatfield (https://wordpress.com/post/lucabertalli.com/108).
Quindi sarà opportuno inserire almeno 3 esercizi, uno a basse reps per stimolare la miofibrilla, uno a reps medie per stimolare il sarcoplasma ed uno a reps alte per dei lavori di capillarizzazione.
In questo modo verrà svolto un lavoro completo, se poi si desidera aggiungere altri esercizi con i medesimi range di ripetizioni, quello non sarà un problema, ora io sto solo dando un quadro generale del lavoro che andrebbe, o, si può svolgere.

Scelta degli esercizi:

Dopo aver visto come vanno lavorati, è il momento di soffermarci sulla scelta degli esercizi.
Come già detto, la lista è pressoché infinita, infatti voglio fare qualcosa di più del lasciarvi semplicemente un elenco di nomi, voglio farvi capire come e quali scegliere.
Quando alleniamo un muscolo, in questo caso i quadricipiti, avremo notato tutti che a seconda degli esercizi, ci sono punti del ROM in cui il lavoro è maggiore, in quanto si percepisce più tensione, ad esempio in sissy squat, ad inizio concentrica ci sentiremo morire, mentre verso la fine ci sembrerà quasi di non lavorare.
Ecco, questo è il picco di massima contrazione che è diverso in ogni esercizi, è fondamentale scegliere almeno 3 esercizi con picchi di massima contrazione differenti, in modo tale da avere il massimo lavoro in tutte le porzioni del ROM e di conseguenza, non lasciare alcune porzioni di fibre meno allenate rispetto ad altre.
Quindi sarà opportuno scegliere un esercizio col picco di massima contrazione in allungamento, uno in accorciamento ed uno a circa metà ROM.
In questo caso ad esempio una combo ideale potrebbe essere:
-Squat o pressa
-Sissy squat
-Leg Extension

SCHEDA DI ALLENAMENTO

Una scheda di allenamento ideale per i quadricipiti, dopo quanto abbiamo visto fino a questo punto potrebbe essere:

-Hack squat 5×5 in ramping

-Sissy squat 4×10 con T.U.T. 1-1-1-0

-Leg extension 3×25/20

In questo modo avremo il picco di massima contrazione a metà ROM, uno stimolo meccanico ed una progressione con l’hack squat grazie al 5×5 in ramping, la presenza di una qualche forma di progressione è fondamentale ai fini ipertrofici ed è la base nel bodybuilding.
La scelta dell’hack squat è stata dettata dall’assenza dell’effort e dal maggior lavoro sui quadricipiti, cosa che con una pressa o uno squat verrebbe disperso anche in parte sulla catena cinetica posteriore.

Col sissy squat avremo il picco di massima contrazione in allungamento enfatizzato dal fermo a fine eccentrica ed un lavoro a range di ripetizioni medie.

Con la leg extension avremo il picco di massima contrazione in accorciamento ed un lavoro a range di ripetizioni alte.

CONCLUSIONI

In questo modo sappiamo come muoverci e giostrarci per poterci allenare al meglio ed in modo completo.
Talvolta l’allenamento del lower body non è valorizzato come dovrebbe visto che le gambe rimangono sempre coperte alla fine e ci si perde alla ricerca di un braccio più grosso o un deltoide più tondo.
Invece si tratta di uno dei gruppi più difficili da allenare in maniera corretta e sviluppare, quindi diamogli l’importanza che merita.

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Polpacci, come mai non crescono?

Bene, se hai aperto questo articolo significa che anche tu hai difficoltà a sviluppare il tricipite della sura, detto anche volgarmente “polpaccio”.
Si tratta di uno dei muscoli che pare rispondere meno di tutti a livello ipertrofico all’allenamento con sovraccarichi.
È il classico gruppo muscolare che porta frustrazione, in quanto, talvolta pare impossibile migliorarlo nonostante i molteplici sforzi del caso.
Proprio per questo motivo si sentono spesso frasi del tipo: “i polpacci sono genetica”, “non allenarli, tanto non crescono”, “l’unica è utilizzare degli impianti come fanno i culturisti di alto livello”.
Queste sono tutte mezze verità, polpacci degni di nota nel mondo dello sport esistono eccome, quindi vediamo di fare chiarezza.

ANATOMIA

Il tricipite della sura è costituito da tre ventri:

  • ventre mediale o gemello mediale, che origina dall’epicondilo e dal condilo mediale del femore, posteriormente;
  • ventre laterale o gemello laterale, che origina dall’epicondilo e dal condilo laterale del femore, posteriormente;
  • ventre anteriore o muscolo soleo, che origina sulla superficie posteriore della testa del perone e sul terzo postero-superiore della diafisi peroneale, sulla linea poplitea della tibia e dall’arcata del soleo.

I tre tendini si uniscono a formare il tendine di Achille che si inserisce sulla tuberosità del calcagno nella sua porzione posteriore.

I due gemelli nel loro insieme son detti gastrocnemio o più comunemente polpaccio.
Entrambi i tendini di origine del gastrocnemio sono separati dal ginocchio tramite una borsa mucosa; la borsa mucosa del capo mediale è in comunicazione, di solito, con la cavità articolare del ginocchio e con una borsa posta fra il capo mediale stesso ed il muscolo semimembranoso.
I due capi formano i corrispondenti margini inferiori della fossa poplitea.

Il tricipite è innervato dal nervo tibiale e vascolarizzato dalle arterie gemellari.

CHI HA I POLPACCI GROSSI?

Non sono pochi i soggetti che possono esibire dei polpacci voluminosi e molti di questi nemmeno li allenano, non direttamente almeno.
Avete mai fatto caso alle persone in forte sovrappeso?
Spesso, se non sempre presentano polpacci voluminosi e sicuramente questi non li allenano, non usate la scusa del grasso eh, il muscolo sotto è presente.
Le ballerine, ragazze che portano spesso tacchi alti, gli alpinisti, i ciclisti e molti altri, presentano tutti polpacci degni di nota.
Quindi si tratta realmente di genetica o altro?
La genetica sicuramente influisce, ma come in qualsiasi campo, qualcuno più predisposto di noi ci sarà sempre, però non è possibile che chiunque sia predisposto fuorché noi.

FUNZIONI DEL POLPACCIO

Nel suo insieme, il tricipite surale ha il compito di flettere ventralmente il piede. Tuttavia, mentre il soleo assume solo questo ruolo, il gastrocnemio (composto da gemello mediale e laterale) ha anche la funzione di flessore della gamba sulla coscia.
Risulterà quindi chiaro quando lavora il polpaccio, ovvero quando vi è una flessione del piedi, infatti i macchinari con cui lo si va solitamente a stimolare prevedono tutti questo movimento, si differenziano solamente per i gradi di flessione in cui si va a trovare il ginocchio e l’anca,
Ora non soffermiamoci su quale sia la differenza, ma andiamo avanti.
Quindi, il polpaccio è praticamente sempre attivo, quando camminiamo, quando squattiamo, quando ci alziamo da una sedia e ciò dovrebbe già far intuire perché soggetti come quelli citati sopra presentano dei polpacci sviluppati.
Ma nel caso non lo fosse…
Considerando che il polpacci è un muscolo che lavora costantemente ed è sempre coinvolto in tutti, o quasi, i movimenti che compiamo quotidianamente, pensiamo ad una persona sovrappeso, ha sempre un grande carico da spostare quando cammina, un alpinista cammina principalmente in strade in salita, una ragazza coi tacchi sarà costantemente in isometria coi polpacci per stare in piedi, un ciclista continuerà a flettere il piede per pedalare e via dicendo.
Ora sarà sicuramente tutto più chiaro e per molti sarà arrivata anche la pulce all’orecchio che suggerisce il perché questi soggetti abbiamo polpacci così sviluppati e noi no, ma proseguiamo….

La genetica può solo determinare la tipologia di fibre e la forma geometrica del polpaccio, che quindi può essere più o meno predisposto a generare ipertrofia, ma non può impedirne la crescita e talvolta il problema è solo la mancanza di un approccio adeguato o di costanza nell’allenarli.

PER COSA SONO FATTI I POLPACCI?

Come detto sopra, il polpaccio è composto dal soleo, un muscolo molto resistente e formato principalmente da fibre rosse, ovvero fibre di tipo ossidativo, in una percentuale variabile tra il 70 ed il 90% in quanto serve a sorreggerci e quindi deve poter sopportare sforzi di luuuunga durata.
Dopo di che c’è il gastrocnemio, composto per un 70/50% da fibre bianche che ci dà quella spinta aggiuntiva se necessario, oppure partecipa in maniera blanda durante una semplice camminata.
Bisogna tener conto che il soleo è molto più grande del gastrocnemio, quindi, quando li alleniamo, se vogliamo maggior impatto a livello visivo è importante far sviluppare maggiormente il primo.
Per di più il gastrocnemio, per come si inserzione viene messo “fuori gioco” in esercizi in cui siamo seduti, al contrario, negli esercizi eseguiti in piedi o comunque a ginocchio esteso, lavora in sinergia col soleo, quindi sarà sicuramente ottimale prediligere principalmente questi, riducendo il lavoro su macchinari come la sitting calf.
Il gastrocnemio essendo in catena cinetica e in catena elastica, in quanto condivide la stessa continuazione di fascia con i muscoli ischiocrurali, ha la proprietà di prolungare e rendere coerente la sua azione meccanica con quella dei muscoli suddetti. Cosa fanno gli ischiocrurali mentre camminiamo?
Ci permettono di avanzare e concorrono alla nostra postura eretta, ma fanno molto di più quando corriamo, esercitando quella forza graffiante al terreno e di propulsione in avanti.
In quel frangente il gastrocnemio esalta le sue proprietà biomeccaniche, soprattutto quando si effettua uno scatto di velocità.
Se invece stiamo facendo trekking in un sentiero di montagna in pendenza l’azione rallenta enormemente e si verrà a creare una bella serie interminabile di concentriche lente, caricate di grande tensione e una totale mancanza di eccentriche…almeno finché non arriverà il momento di scendere verso valle: allora lì avremo solamente la fase negativa del movimento.
Che dire del lavoro meccanico ai pedali invece, quelli con gli attacchi per le scarpette alle punte, nelle bici da corsa? Abbiamo un bel ciclo gamba stesa gamba accorciata, una tensione pulsatile che ruota costantemente tra soleo e soleo+gastrocnemio, e una spinta graffiante dall’alto verso il basso e dal davanti verso il dietro.
Questo cosa significa?
Che un 3×20 sarà abbastanza ridicolo considerarlo allenante rispetto alla mole di lavoro che svolgono i polpacci in queste situazioni, ecco spiegato come mai i soggetti citati prima presentano dei polpacci degni di nota.
I polpacci sono fatti per sopportare alto volume portandoci in giro tutto il giorno, 60 ripetizioni divise in tre serie equivalgono ad una pisciata nell’oceano in sostanza.

COME ALLENARLI

Sarà ora chiaro che la chiave di volta è il volume, ma non solo!
Ebbene sì, non basta solo l’alto volume, ci vuole anche alta frequenza, ripensiamo sempre a ciclisti e compagnia bella citata prima, loro sì, lavorano ad alto volume, ma anche alta frequenza, perché ciò
avviene spesso nella settimana.
Quindi sarà opportuno eseguire lavori molto voluminosi e frequenti, possibilmente riducendo al minimo le serie a ripetizioni medio basse per evitare di sporcare il gesto tecnico e rischiare di incappare in infortuni come la fascite plantare o simili.
Le possibilità sono molteplici, sta solo a voi sbizzarrirvi, magari iniziate con 3 sedute a settimana da 20 serie l’una di cui 10 da 20/15 alla standing calf e 10 da 30/25 alla sitting calf.

Vi riporto la mia esperienza personale in fatto di polpacci perché possiate prendere spunto….
I maggiori miglioramenti li ho visti quando ho iniziato ad eseguire 100 calf liberi al giorno, si, ogni giorno, andando ad incrementare di 25 reps ogni 2 settimane, per capirci meglio, prime due settimane 100 al giorno, altre due a 125 al giorno, altre due a 150 e così via fino a che sono arrivato a totalizzarne 350 al giorno che ho mantenuto per un mesetto per poi cambiare lavoro.
Personalmente ho visto una differenza abissale nel tempo e non solo in termini di volume, ma anche di qualità, un cambiamento che non mi sarei mai aspettato, quindi vi consigli vivamente di provare anche questa metodica.

CONCLUSIONI

I polpacci sono sì dei muscoli su cui la genetica può creare molti problemi, ma nella maggior parte dei casi vi è solamente mancanza di un lavoro adeguato o di costanza nell’allenarli.
Vanno martoriati con alto, altissimo volume e frequenza per vederli crescere, perché di base sono fatti proprio per questo, sopportare ingenti moli di lavoro.
Quindi provate e divertitevi ad ammazzarli di serie su serie per vederli pian piano migliorare.

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Scheda di allenamento: come renderla efficace.

Tutti gli utenti in palestra hanno a disposizione la fantomatica “scheda di allenamento” che custodiscono gelosamente e che bene o male tutti, fin dal primo ingresso in sala pesi hanno avuto tra le mani.
È ciò che ci guida nei nostri allenamenti e che ci permette di seguire delle sedute programmate con cognizione di causa in un’ottica a lungo termine.
Talvolta però ci si ritrova a non ottenere risultati, o perlomeno quelli sperati, in questo caso la prima cosa che accade solitamente è quella di ergere la “scheda” a colpevole, quando talvolta ( o quasi sempre), il problema non è questa, ma bensì chi la mette in pratica.
Se mancano i presupposti per svolgere un allenamento di qualità, anche il protocollo migliore del mondo non porterà a ciò che desideriamo.
Quindi, prima di cambiare programmazione o addirittura preparatore dandogli la colpa rendiamoci conto se in realtà il problema alla base non sia solamente il modo in cui ci poniamo verso l’allenamento.
Un semplice 4×6 a qualcuno può portare a grandi risultati, ad altri non sortire alcun effetto, perché?
Perché bisogna comprendere il LIVELLO DI INTENSITÀ che siamo in grado di raggiungere.

COSA CI PORTA O MENO AD AVERE RISULTATI?

Le cause sono molteplici, ma limitiamoci a vedere le principali in ordine di importanza:

-TECNICA ESECUTIVA: La tecnica di esecuzione degli esercizi è fondamentale, permette di allenarsi in sicurezza e attivare tutte le fibre coinvolte senza disperdere più del dovuto il carico esterno (ovvero il carico spostato) sui muscoli sinergisti (ovvero quelli che intervengono per compiere il movimento).
L’apprendimento del corretto schema motorie è la base per poter rendere un esercizio efficace.

-INTENSITÀ: è vero che non è necessario portare a cedimento ogni singolo set, è ormai dato per assodato che il cedimento va contestualizzato, ma se non siamo in grado di portare a reale cedimento un set, l’ausilio di set con rpe differenti saranno totalmente inutili, visto che a prescindere, anche quando sarà richiesto il grado massimo di intensità esprimibile staremo comunque lavorando a buffer.
Questo è proprio un problema di questa “era” in cui sono le programmazioni sono molto più complesse e studiate, con l’approdo del lavoro a buffer, la maggior parte degli utenti non riescono ad imparare ad esprimersi al massimo sotto carico e questo porta ad una grande lacuna.
Il classico 3×8 è più che efficace per ottenere risultati, peccato funzioni ormai con pochi, quei pochi che sanno davvero cosa significhi eseguire un 3×8.

-DARE UNO STIMOLO COMPLETO: Il muscolo è formato da miofibrilla, sarcoplasma, capillari, glicogeno, ecc…
Perché questo possa svilupparsi a piano ha bisogno di uno stimolo completo.
Ammazzarsi solamente di serie a pompaggio o a basse ripetizioni porterà inevitabilmente ad uno stallo e quindi non ci permetterà di andare molto lontano.
È fondamentale che nell’allenamento vi siano inclusi tutti i range di ripetizioni selezionando degli esercizi che si prestino bene al tipo di lavoro che vogliamo fare.
Il vecchio  Hatfield infatti ci aveva visto lungo proponendo la sua metodica di allenamento, semplice e funzionale (clicca qui per leggere l’articolo in merito https://wordpress.com/post/lucabertalli.com/108 ).
Per farla breve, la sua metodologia proponeva di cominciare con un esercizio a reps basse per dare uno stimolo meccanico, uno a reps medie per uno stimolo ipertrofico e per chiudere uno a reps alte per un lavoro di capillarizzazione, semplice ma efficace.

-GENERARE UNA PROGRESSIONE: Come ultimo, ma non meno importante la presenza di una progressione.
È stato ormai dato per assodato che il modo (quando gli altri tre fattori sopracitati sono a posto) che per avere miglioramenti costanti nel tempo è necessario che sia presente una progressione a livello di carichi o volume.
Questo è importantissimo perché si possa continuare a migliorare, basti pensare al fatto che a parità di stimolo neurale, spostare un carico maggiore a parità di serie e ripetizioni o lo stesso carico con serie e ripetizioni più alte implica un aumento della sezione trasversa del muscolo, ovvero maggior volume.
Quindi il programma deve prevedere un lavoro di progressione costante nel tempo, che sia appunto, a livello di intensità o volume.

Questi sono i 4 fattori chiave che rendono un programma efficace, ne manca però uno che non applicabile al singolo protocollo, ma bensì a tutti quelli che un utente segue…

LA BASE DI UN PERCORSO EFFICACE

Ebbene sì, c’è qualcosa che possiamo dire essere al di sopra di questi 4 fattori, ovvero la PROGRAMMAZIONE A LUNGO TERMINE.
è vero, un protocollo che presenta questi 4 fattori è un protocollo efficace, ma porterà ad un certo punto ad un “fallimento” per l’atleta, presto stallerà e non andrà più oltre.
Alla base di un percorso efficace è necessario vi sia una programmazione a lungo termine ben redatta, sarà quindi necessario preparare un macrociclo completo in ottica di un obiettivo a luuuuungo termine prima di iniziare a redigere vari protocolli per il soggetto interessato.
Attenzione, ciò non significa dover preparare prima tutti i programmi che dovranno essere seguiti durante l’anno, ma semplicemente creare una linea guida di un susseguirsi di programmazioni con stimoli e lavori differenti in ordine progressivo.
Preparare ogni programma prima sarebbe un azzardo, in quanto, come scritto sopra si tratta di una linea guida e può subire variazioni in corso d’opera a seconda di come reagisce il soggetto nel tempo.
Questo però, permette di avere un’immagine chiara del lavoro che si andrà a svolgere e che ci permetterà di arrivare all’obiettivo prefissato con al miglior condizione possibile.
Il nostro corpo non è un computer, bensì è nettamente superiore e complesso, l’uomo, fin dall’antichità si è evoluto adattandosi agli stimoli esterni ed è proprio ciò che avviene con l’allenamento, stimolo nuovo che porta ad un adattamento.
Proprio per questo è importante avere una periodizzazione a lungo termine, per continuare a generare nuovi adattamenti senza stalli, che pian piano portino al risultato desiderato.

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BLOW FLOW RESTRICTION TRAINING

Meglio conosciuto come Blood Flow Restriction, o Kaatsu Training, e Vascular Occlusion Training, oggi questa metodica viene utilizzata anche se i meccanismi fisiologici che portano a tali effetti non sono ancora ben chiari.
Il suo inventore, o meglio l’inventore del KAATSU Training, il giapponese Yoshiaki Sato, che all’età di 67 anni nel suo sito sfoggia braccia con muscoli degni delle migliori spiagge californiane,  promette che con trenta minuti di allenamento si possano ottenere gli stessi risultati di tre ore di allenamento tradizionale.

Questa metodologia di allenamento consiste nell’applicare delle fasce/lacci agli arti interessati nell’allenamento, ovviamente è appunto applicabile solo ai gruppi muscolari presenti sugli arti. La restrizione è tale da ostacolare il ritorno venoso del flusso sanguigno ma non da impedire l’apporto di sangue arterioso.
Questo porta ad utilizzare carichi radicalmente più bassi (20/30% dell’1 RM) a quelli a cui si è abituati ad utilizzare, infatti questa metodologia di allenamento viene spesso utilizzata in ambito riabilitativo o per gli anziani, permettendo di potersi allenare anche se non si è nel miglior stato di forma possibile.

È ormai risaputo che il processo di invecchiamento porti ad un significativo declino sia della massa muscolare che della forza, associato ad un rischio maggiore di sviluppare osteoporosi, ad un aumentato rischio di cadute, complicanze cardiovascolari e una condizione fisica generale peggiorata che influisce sulle qualità della vita, fino alla sedentarietà.

In questo contesto, secondo le ricerche scientifiche, l’attività fisica contro resistenza di almeno il 60% di 1RM sembra essere quella più adatta a soddisfare tali requisiti nelle popolazioni di adulti e anziani.

Tuttavia possono essere impiegati diversi mesi per raggiungere tali carichi gradualmente, con il rischio inoltre, a causa della presenza di condizioni muscoloscheletriche come lombalgia e osteoartrite, comuni a questa età e che rendono più complicato lo svolgimento degli esercizi, che vi sia l’abbandono del programma d’allenamento.

FUNZIONAMENTO

Anche se i meccanismi fisiologici che portano a tali effetti non sono ancora ben chiari, si suppone che lo stress metabolico associato alla tensione meccanica del carico sollevato, agiscano sinergicamente nel mediare numerosi meccanismi secondari, che stimolano eventi autocrini e/o paracrini, fino alla crescita muscolare.

Tra i meccanismi coinvolti vi sarebbero, l’aumento della dimensione della cellula muscolare, un’elevata produzione di ormoni sistemici come GH e IGF-1, aumento di segnali anabolici/anti-catabolici intramuscolari che intensificano la sintesi proteica muscolare, aumento del reclutamento delle fibre fast-twitch e la produzione di specie reattive dell’ossigeno.

Combinati con un aumento limitato dei livelli dei markers di danno muscolare (CK, myoglobin, IL-6), questi fattori creano le giuste condizioni per un aumento dell’ipertrofia muscolare.

APPLICAZIONE SUL CAMPO

Bisogna legare una benda o una fascia elastica (le fasce per le ginocchia vanno bene), più in alto possibile nell’arto interessato; in genere è consigliato il suo utilizzo solo negli esercizi monoarticolari (come curl o leg extension).
Nonostante la letteratura scientifica evidenzi aumenti di massa muscolare con carichi pari o superiori all’80% dell’1RM, il BFR viene generlamente utilizzato con carichi del 20/30% dell’1RM.

Vi sono molteplici fattori che influenzano la resa di questa tecnica di allenamento, in primis l’occlusione che può essere totale o parziale, il tipo di occlusione che può essere costante o intermittente, il livello d’intensità dell’esercizio svolto ed il volume utilizzato.
Comunque si tratta di una tecnica che non andrebbe utilizzata sull’intera seduta ma solamente con alcune serie o una parte degli esercizi della programmazione.

Il volume di lavoro suggerito per ottenere adattamenti sufficienti nella maggior parte delle persone, è di 75 ripetizioni distribuite in 4 set (30, 15, 15, 15). Anche lavorare a cedimento è un’alternativa ma potrebbe non essere sempre necessario.
Questa però è solo una delle proposte, io ad esempio lo utilizzo in unico set da 5 minuti in rest pause di push down.

Personalmente la trovo un’ottima tecnica da sfruttare come jolly per dare uno shock ai gruppi carenti, ho visto un ottimo miglioramento sui tricipiti iniziando ad utilizzarla e sono sempre stati un mio grande cruccio.

NON TIRATE TROPPO LA CORDA

se vengono avvertiti i seguenti sintomi vuol dire che la pressione che stiamo mettendo sul circolo sanguigno sottostante è troppa, quindi non bisogna stringere troppo i lacci:

  • intorpidimento dell’arto
  • sensazione di freschezza
  • difficoltà di contrazione e movimento muscolare
  • dolore muscolare
  • colore pallido
  • diminuzione delle pulsazioni

Nel caso si avvertisse una di queste sensazioni, è necessario diminuire la pressione che stiamo applicando.

CONCLUSIONI

Si tratta di una tecnica molto interessante e non ancora abbastanza studiata, che porta numerosi benefici sia in ambito agonistico che riabilitativo.
Se contestualizzata può essere un buon asso nella manica da sfruttare per chi vuole provare a migliorare un gruppo carenti o verso soggetti che non hanno la possibilità di utilizzare carichi elevati.

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