ACQUA E SALE, NEL BODYBUILDING COME GESTIRLI A SECONDA DELLE FASI

La gestione di acqua e sale nell’ambito culturistico gode ormai da tempo di grande notorietà oltre che i più svariati approcci, dall’abuso dall’abuso o dall’eliminazione totale di uno dei due fattori a seconda del periodo.
Molte tra queste pratiche sono ormai ampiamente sorpassate, ma talvolta dure a morire, quindi vediamo di fare chiarezza.
L’importanza della gestione di acqua e sale nel bodybuilding è dovuta ai miglioramenti che è in grado di portare all’atleta in termini di estetica e performance.
Infatti creare un equilibrio elettrolitico tra acqua, sodio e potassio permette di mantenere un’idratazione ottimale, con conseguente miglior capacità di contrazione e veicolare meglio i carboidrati nel comparto intracellulare.
Questo è dovuto al sodio contenuto nel sale che alla fine è composto da NaCL (cloruro di sodio), questo ha la funzione di trasmettitore che porta i acqua e carboidrati dentro la cellula rendendo il muscolo pià voluminoso, questo spostamento di acqua dal compartimento extra a quello intracellulare regala un aspetto più asciutto e roccioso, motivo per cui ciò assume la sua maggior rilevanza in pre gara.

COME FACCIO A SAPERE SE LA QUANTIÀ DI ACQUA E SALE SONO CORRETTE?

Prima di iniziare a giostrarsi giocando col proprio equilibrio elettrolitico bisogna capire se l’apporto di acqua è corretto ed è possibile fare ciò in autonomia controllando il colore e dall’odore delle urine.
Escluse quelle della mattina, se durante la giornata le urine risultano trasparenti (ne tendenti al giallastro, ne all’essere incolore), il quantitativo di acqua sarà adeguato.
Se così non fosse basterà aumentare gradualmente il quantitativo di acqua nei giorni fino ad arrivare al colore desiderato, ovviamente ciò può essere influenzato dalla temperatura esterna, in quanto può portare o meno a sudare ed aver bisogno di un quantitativo di liquidi maggiore.
Solitamente un quantitativo di acqua ideale è tra gli 0,6 ed il litro ogni 10kg di massa magra.
Ora che sappiamo come muoverci iniziamo a vedere come gestire sale ed acqua nelle varie fasi presenti nel bodybuilding, rispettivamente:

-bulk

-cut

-Pre gara (che sì, nonostante sia una fase di cut è ben più delicata rispetto ad un semplice cut)

Partiamo col vedere come gestirli in off season, in cui, salvo per volontà dell’atleta si può benissimo evitare di complicarsi la vita controllando solo se l’apporto idrico salino è sensato e ciò anche grazie alle urine.

SALE ED ACQUA IN BULK

In questa fase non vi è necessità particolare di essere troppo minuziosi con acqua e sale, basta assumerne una quantità adeguata o perlomeno sensata, quindi niente eccessi o viceversa, non serve spaccare il gramma, ma bisogna comunque evitare di estremizzare, anche se involontariamente da un lato o dall’altro.
Questo perché un eccesso o una carenza porterebbe a disequilibri col potassio, prendiamo per esempio un’assunzione di acqua e sale ben al di sotto delle reali necessità in una dieta in cui vi anche assunzione di
elevati quantitativi di potassio tramite alimenti di cui ne sono ricchi.
Il risultato sarà una performance peggiore, una peggior contrazione muscolare con conseguente peggioramento della composizione, o meglio, della resa estetica.
Ricordiamoci che la quantità ideale di acqua è di 0,6/un litro ogni 10kg, per essere sicuri che l’apporto sia ideale ci torna in aiuto le “tecnica” proposta sopra di controllo delle urine, già così facendo saremo sicuri di assumere una quantità, bene o male “adeguata”, di acqua.

Per quanto concerne la gestione del sale invece vale il medesimo discorso, salando normalmente (e per normalmente intendo davvero normalmente e quindi non eliminando o abusando), non vi saranno problemi.
Un modo per capire se la quantità di sale è adeguata, senza doverlo contare ovviamente è valutare la resa in allenamento, in quanto se tutti i parametri sono a posto, allora andrà sistemato il sodio.

SALE ED ACQUA IN CUT

Nella fase di deficit calorico il sale e l’acqua assumono importanza maggiore, ma ancora non di grande rilevanza quanto in una fase pre gara, nettamente più delicata, quindi possono essere sufficienti pochi semplici accorgimenti extra rispetto a quelli adottati in bulk.
Sarà sicuramente opportuno cercare di standardizzare perlomeno l’acqua in questa fase, dando tranquillamente spazio però alla cosiddetta zona di confort che avrà l’atleta.
In questa fase controllare maggiormente l’acqua basandosi su quanto detto prima, ovvero 0,6/1 litri di acqua ogni 10kg di massa magra sarà sufficiente, ovviamente ciò varia anche in funzione dello stile di vita del soggetto, sarà ben diversa la quota idrica richiesta da un muratore rispetto a quella necessaria per un soggetto sedentario.

Per il sale invece un rapporto indicativo di 1:1 con l’acqua risulterà più che sufficiente, in casi di contesti di deficit molto marcati anche appena appena più alto sarà un’ottima cosa, in quanto permettere di avere maggior pienezza e pump muscolare.

ACQUA E SALE NEL PRE GARA

Qui si inizia ad entrare nella fase “critica”, in cui sarà opportuno controllare molto meglio questi due fattori, così da poter portare la miglior forma sul palco, parliamo del mese e mezzo prima della gara.
Fase in cui la condizione per di più sarà molto vicina al risultato finale ed in cui quindi fare delle prove darà un risultato più “veritiero”.
Questi due parametri vengono gestiti allo stesso modo ma senza più grandi margini di gioco, quindi, per l’acqua ad esempio gli 0,6/1 litro di acqua ogni 10kg di massa magra citati prima, ovviamente la quantità dovrà essere concordata con l’atleta, in quanto sarà importante che questo non senta il disagio di dover bere più del dovuto e per il sale a sua volta come detto prima.
Da qui poi si faranno delle prove con variazioni del 25%/30% sul totale di sale assunto, questo sia in eccesso che in difetto per valutare come varia la condizione, personalmente in caso la condizione dell’atleta sia già strepitosa eviterei di modificare e proseguire senza variazioni.

CONCLUSIONI

La gestione maniacale di acqua e sale ha maggior importanza nel pre gara, in fase di bulk/cut sarà più che sufficiente un’assunzione adeguata evitando eccessi o difetti, così da permettere un di avere una buon resa in allenamento ed evitare stress inutili dovendo diventare dei piccoli chimici col bilancino da spacciatore.
È importante però non dimenticarsi, come già detto appunto, di dare comunque un occhio alle quantità assunte.

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POMPA SODIO-POTASSIO

La pompa sodio potassio assume connotazione di grande importanza in ambito culturistico, in quanto porta a differenze rilevanti a livello estetico per quanto concerne la condizione fisica, ma prima vediamo meglio di cosa si tratta…

Pompa sodio-potassio: É un enzima che si trova nelle membrane cellulari e svolge un ruolo di trasportatore attivo di sostanze nella cellula. Il meccanismo di trasporto è influenzato dalle concentrazioni di sodio e potassio in modo che, un’alta concentrazione del primo, porta ad un trasporto intra->extra mentre un’alta concentrazione del secondo attiva il meccanismo contrario.

Da quanto scritto sopra si evince subito il motivo per cui abbia così tanta importanza e desti interesse in questo ambito, trattandosi di una disciplina in cui una preparazione per una gara comporta mesi di maniacalità e vita da soldato per raggiungere l’apice della propria condizione fisica in quei 5 minuti sul palco, ciò diventa molto rilevante.
Si cerca di salire sul palco con l’acqua extracellulare che rasenta quasi lo zero, quindi ciò sarà un fattore da gestire al meglio per ottenere la tanto ambita condizione fisica.

CELLULA
Visto ciò che stiamo trattando, ovvero un enzima della membrana cellulare mi sembra doveroso aprire una grande parentesi in merito…
La cellula rappresenta l’unità fondamentale, strutturale e funzionale, degli organismi viventi.
È un organismo completo formato da varie parti che costituiscono un insieme organizzato e coordinato.
Parlando delle funzioni/utilità del potassio e quindi della pompa sodio potassio non ci interessa tutta la sua struttura, quindi andiamo avanti, la membrana (la stazione che stabilisce il transito delle sostanze), costituisce l’involucro più esterno, dove si trova appunto la pompa sodio-potassio.
La membrana delimita il liquido in intracellulare da quello extracellulare, preservando determinate caratteristiche.
Per determinare la comparsa di un comportamento, ogni cellula nervosa, genera in successione quattro tipi diversi di segnale: un segnale d’ingresso, un segnale integrativo; un segnale di conduzione e un segnale d’uscita.

I neuroni mantengono una differenza di potenziale di circa 65 mV, ai capi della loro membrana esterna, questo potenziale è detto potenziale di membrana di riposo.
Esso dipende da uno squilibrio nella distribuzione degli ioni sodio(Na), potassio(K), e cloro(Cl), nonché dalla permeabilità selettiva della membrana verso il K.
Questi due fattori agiscono in modo tale da rendere negativa la superficie interna della membrana della cellula rispetto a quella esterna.
Poiché il potenziale esterno della membrana viene assunto come potenziale zero, si definisce il potenziale di membrana di riposo a – 65 mV.
Questa distribuzione di ioni viene mantenuta dalla pompa sodio-potassio.

La pompa sodio-potassio, detta anche pompa Na+/K+ ATP dipendente (Na+/K+ ATPasi), è un enzima che si trova come detto nella membrana cellulare. Questo tipo di pompa ionica è il più chiaro esempio di trasporto attivo primario di sostanze attraverso la membrana plasmatica.
La pompa serve principalmente a livello fisiologico per controllare il volume cellulare, conferire alle cellule nervose e muscolari la proprietà di eccitabilità, ed è correlata al trasporto attivo di glucidi ed amminoacidi.

In generale, la pompa del sodio e del potassio pompa 3 ioni Na+ fuori dalla cellula e 2 ioni K+ all’ interno e mantiene i gradienti di concentrazione di Na+ e K+ a cavallo della membrana. Usa 1 ATP per ogni ciclo: 100 cicli/sec. Usa ¼ dell’energia per la maggior parte delle cellule, ¾ per i neuroni.

Il fenomeno dell’osmosi che immediatamente si verificherebbe in conseguenza dell’asimmetria della distribuzione delle cariche. Il lavoro di pompa è indispensabile non solo per il mantenimento del potenziale di membrana, ma per la stessa conservazione del volume della cellula. Se infatti la pompa viene bloccata con veleni metabolici o bassi livelli di O2 la cellula si rigonfia a causa della diversa tonicità dentro e fuori perché l’acqua viene richiamata al suo interno fino alla rottura della membrana. La pompa è pertanto responsabile del mantenimento dell’equilibrio osmotico cellulare.

Concludendo possiamo affermare che il potenziale di membrana è mantenuto costante per opera della pompa del sodio e del potassio che muove gli ioni contro gradiente ristabilendo continuamente i gradienti ionici. Per fare questo, la pompa utilizza continuamente energia. La costanza dei gradienti ionici, assicura che il potenziale di membrana mantenga un valore costante per l’intera durata della vita della cellula. La pompa del sodio e del potassio fornisce un continuo, costante apporto di energia. Di conseguenza ogni cellula, e in particolare la cellula nervosa, in condizioni di riposo non si trova in uno stato di equilibrio, ma piuttosto in uno “stato stazionario” (Steady State), ovvero in uno stato di costante dis-equilibrio, mantenuto a spese di energia metabolica, che è fornita dalla molecola di ATP.
Per questo motivo il nostro dispendio calorico è influenzato principalmente (60-70%) dal metabolismo basale. Perché per quanta attività sportiva facciamo (a meno di non correre 4-5h), quest’ultima consuma comunque una parte minoritaria delle energie giornaliere (20-30%), rispetto a quelle che riserviamo costantemente 24h/24h, per portare avanti i processi interni.

RITENZIONE

Ora che abbiamo visto quali e come esplica le sue funzioni nella cellula la pompa sodio-potassio viene più semplice capire il perché una gestione errata di sodio, potassio ed H2O porti ad un accumulo di liquidi extracellulari, se non bilanciati a dovere questi tre fattori portano la cellula a rilasciare acqua, che porta alla tanto odiata ritenzione….

Ma la parole ritenzione cosa significa oggettivamente?
Il termine ritenzione idrica in medicina sta ad indicare medicina la ridotta o la mancata eliminazione di sostanze che normalmente il nostro corpo dovrebbe eliminare, mentre per “idrica” si intende appunto l’ acqua.
Mi raccomando però non confondiamo ritenzione con cellulite, nonostante talvolta possano essere associati ed avere cause in comune non sono la stessa cosa.
Detto ciò, la ritenzione idrica si può definire come la tendenza del corpo ad accumulare liquidi negli spazi interstiziali, ovvero gli spazi tra le cellule.
È importante ricordare che ci sono casi in cui la ritenzione idrica ha origini patologiche: problemi cardiovascolari, renali, epatici, tiroidei o al sistema linfatico possono portare alla formazione di un edema, cioè ad un accumulo di acqua.
La ritenzione idrica è un fenomeno multifattoriale, e per tale ragione le cause sono molteplici.
È difficile dire sempre quale sia la causa che più contribuisce alla sua formazione, ma sicuramente l’ aspetto ormonale e la genetica hanno un peso notevole sulla sua formazione.
Infatti le cause sono solitamente cambiamenti nello stile di vita, in quanto alterno lo stato ormonale o a seconda del biotipo, in quanto un soggetto ginoide sarà più soggetto a presentarla.
Tra i sintomi più comuni della ritenzione si ha ovviamente una sensazione di pesantezza, stanchezza e gonfiore generalmente localizzati a livello degli arti inferiori, braccia, addome e in alcuni casi anche in viso.


Sicuramente se soffri di ritenzione un aspetto molto importante da tenere in considerazione sono l’idratazione e gli elettroliti.
 Secondo l’ESFA (European Food Safety Authority) la quantità di acqua che dovrebbe bere una donna adulta dovrebbe essere attorno ai 2 L al giorno, ovviamente si tratta di un dato generale che può variare a seconda dello stato fisico, della temperatura e dello stile di vita del soggetto preso in esame.
Mentre, per quanto concerne il sale vengono consigliati circa 5g che corrispondono a 2g di sodio e 300mg di potassio, rimangono però anche questi dei dati generale che possono variare in base a quanto già scritto sopra.
Questa correlazione tra acqua ed elettroliti è dovuta al fatto che sono in stretto collegamento

CONCLUSIONI

La pompa sodio-potassio svolge funzioni molto importante ed è da tenere in considerazione quando si redige il proprio piano alimentare se il fine è quello di ricercare una miglior composizione corporea/condizione fisica.
Un corpo con un bilancio tra acqua ed elettroliti presenterà minor liquidi extracellulari e di conseguenza un aspetto più “dry”, più roccioso.
Importantissimo per questo non eliminare mai il sale dalla propria alimentazione, un suo scarico non porterà a ridurre la ritenzione idrica, anzi, al contrario, creerà uno squilibrio a livello elettrolitico che porterà ad averne ancora di più.

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METODOLOGIA POF

Il POF (position of flexion training) è una metodica di allenamento ideata da Steve Holman e diffusa nel 2001 e prevede di colpire il muscolo bersaglio da angolazioni differenti, in modo tale da regalare il medesimo lavoro alle a tutte le fibre che intervengo nell’intero ROM, dal massimo allungamento, al massimo accorciamento, così da lavorare il muscolo in tutta la sua interezza e garantirne uno sviluppo/stimolo completo.
Per permettere ciò, Steve Holman infatti specifica di utilizzare più di un esercizio per il gruppo interessato, in quanto, tutti presentano il picco di massima contrazione in punti differenti del ROM, con conseguenti, diminuzione di tensione e/o punti morti nell’arco di movimento e di conseguenza non sarebbe possibile fare ciò utilizzando un solo esercizio per gruppo muscolare.
Infatti il POF scompone il ROM in porzioni più piccole, che andranno colpite con esercizi differenti, scegliendoli in base al punto in cui presentano il picco di massima contrazione, ad esempio un curl su panca 45 gradi permetterà di colpire la porzione in allungamento dei bicipiti, in quanto pone l’omero in estensione e quindi il bicipite in allungamento.
La metodologia propone di cominciare la seduta con un esercizio che presenta il punto di massimo lavoro nella porzione del ROM intermedia del muscolo interessato, seguito poi da un esercizio che lavora in massimo allungamento per poi arrivare a quello che lavora in massimo accorciamento.

PORZIONE INTERMEDIA

Come già accennato sopra, Steve Holman, consiglia di cominciare la seduta con un esercizio che presenti il massimo lavoro nella porzione intermedia del ROM.
Quelli che presentano lavoro principalmente in questa porzione di ROM sono solitamente i multiarticolari, come ad esempio french press, curl con bilanciere, panca piana, ecc.
Sono anche gli esercizi che permettono di utilizzare il maggior carico possibile, in quanto, per il diagramma di tensione/lunghezza, un muscolo è in gradi di esprimere al massimo la sua forza quando si trova ad un allungamento ideale, cosa che questi permettono, se pensiamo ad esempio ad un curl per bilanciere, il muscolo non è posto né in accorciamento, né in allungamento.
Questa è infatti anche una delle motivazioni per cui Holman predilige cominciare la seduta così, in modo tale da poter eseguire lavori con stimolo meccanico e per farlo essere “freschi” è la cosa migliore, in modo tale da potersi esprimere al massimo sotto carico, ricordiamoci che per ottenere uno stimolo completo è importante anche utilizzare range di ripetizioni differenti.
Per questo esercizio è infatti consigliato:

  • Un range tra le 2 e le 6 ripetizioni.
  • Un range di serie piuttosto elevato, dalle 4 alle 8.
  • Impostare delle progressioni di carico.
  • Utilizzare recuperi medio lunghi, così da dare il tempo all’SNC di potersi esprimere al meglio nuovamente.
  • Evitare il cedimento muscolare, sia per poter progredire che evitare il rischio di infortuni.

PORZIONE IN MASSIMO ALLUNGAMENTO

La scelta del secondo esercizio, come detto sopra, cade su schemi motori che prevedano appunto il massimo lavoro nella porzione in allungamento.
Per fare ciò si utilizzano solitamente esercizi monoarticolari, in quanto il lavoro di forza/con stimolo meccanico, è già stato eseguito, ora è il momento delle “rifiniture”.
Infatti, il fine dell’esercizio in questo caso sarà il danno muscolare e non la progressione sui carichi, oltre che un miglior reclutamento e maggior lavoro delle fibre che intervengono nella porzione del ROM in allungamento.
Per questo esercizio è consigliato:

  • Range di serie medio-basso tra le 3 e le 5.
  • Intensità di carico non elevata in quanto questa porzione del ROM è molto delicata e vi è il rischio di infortunarsi.
  • Range di ripetizioni medio-alto, tra le 8 e le 12.
  • Recuperi medio-bassi, 60-90”.
  • Movimento fluido a cui si può aggiungere un breve fermo a fine eccentrica per enfatizzare maggiormente il lavoro in allungamento.
  • Cedimento nell’ultimo/ultimi set.

PORZIONE IN MASSIMO ACCORCIAMENTO

La scelta qui ricade, per concludere, in un esercizio che presenti il massimo lavoro nella porzione in accorciamento, utilizzando sempre monoarticolari in cui la ricerca dell’incapacità muscolare nei vari set è un must, possibilmente utilizzando esercizi che non presentino punti morti in tutto il ROM attivo, infatti tornano molto utili i macchinari ed i cavi.
Per questo esercizio è consigliato:

  • Un range di ripetizioni medio-alte 15-20
  • Un range di serie medio-basso 2-4
  • Esercizi monoarticolari e macchinari/cavi
  • Ricercare il cedimento muscolare
  • Utilizzare un TUT fluido durante l’esecuzione
  • Recuperi piuttosto brevi 45-75”

ESEMPIO:

Prendiamo in esempio i bicipiti per capire meglio che esercizi, serie e ripetizioni utilizzare in base a quanto indicato con questa metodologia:

  • Curl con bilanciere 5×5, ramping, recupero 120”, TUT FLUIDO, RPE 8-8-8-8-9
  • Curl manubri su panca 45 gradi con omero leggermente flesso 4×12-8, recupero 90”, TUT 1-1-1-0, RPE 8-9-10-10
  • Curl manubri su panca scott 3×20-15, recupero 60”, TUT FLUIDO, RPE 10-10-10

Il primo esercizio presenta uno stimolo meccanico/neurale con sovraccarico progressivo ed una scala RPE che permette un lavoro a buffer, ma comunque con carichi sub-massimali ed è appunto l’esercizio che presenta il massimo lavoro nella porzione intermedia del ROM.
Il secondo utilizza degli RPE più elevati sfruttando appunto un monoarticolare che presenti il massimo lavoro nella porzione in allungamento, il tutto enfatizzato dal fermo in tensione a fine eccentrica.
Il terzo ed ultimo esercizio è appunto un altro monoarticolare che presenta il range di ripetizioni e gli RPE più alti ed il massimo lavoro nella porzione in accorciamento.

CONCLUSIONI

È una metodica molto interessante e che presenta molti aspetti positivi, dal fatto che sia adatta a tutti, al fatto che permetta di colpire il muscolo da più angolazioni dando così uno stimolo completo, presenta però comunque qualche pecca, come il fatto di non tener conto del maggior lavoro richiesto dai gruppi grandi rispetto a quelli piccoli e in alcuni casi i muscoli posturali non andrebbero allenati in massimo accorciamento/allungamento, (per capire il motivo visionare la legge di Borelli Weber Fick).

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INDICE E CARICO GLICEMICO: COSA SONO?

L’indice glicemico è un parametro che permette di capire le variazioni della glicemia a seconda degli alimenti assunti e viene, anche se talvolta erroneamente, tenuto troppo in considerazione, ma scendendo nello specifico, di cosa si tratta?
L’indice glicemico serve a valutare le variazioni della glicemia con l’assunzione di 50g di ZUCCHERI di un determinato alimento, sottolineo 50g di zuccheri in quanto vengono presi in considerazione solo quelli e non l’intero alimento.
Questo può confondere, verrebbe da pensare “come 50g di zuccheri”, prendiamo in considerazione per capirci meglio un’albicocca, questa presenta pochissimi carboidrati per ogni singolo frutto, quindi ne andrebbero mangiate molte per arrivare ad un totale di 50g di zuccheri.
Infatti, l’indice glicemico guarda la qualità degli zuccheri presenti nell’alimento, valutando le variazioni della glicemica nelle due ore successive all’assunzione di 50g di zuccheri di un determinato alimento.
Quando sopra ho detto che talvolta viene erroneamente tenuto in considerazione mi riferivo al fatto che, queste valutazioni sono fatte in laboratorio, sul singolo alimento, senza considerare la quantità totale, la presenza di acqua, fibre, grassi, proteine che vanno comunque ad alterare la velocità di assorbimento nel tratto digerente e quindi le variazioni della glicemia.
Il problema per l’appunto, di tenere in considerazione l’indice glicemico è quello che in alimenti interi e quindi non solo valutando i loro zuccheri, diventa molto complesso fare ciò, infatti non è un valore riconducibile alla vita quotidiana, per questo è stato introdotto il carico glicemico degli alimenti, in modo tale da avere una valutazione più oggettiva.

CARICO GLICEMICO

Il carico glicemico, a differenza dell’indice glicemico che tiene conto solo della qualità degli zuccheri di un alimento, tiene anche conto della quantità di questi.

Indice glicemico: 50g di zuccheri di un alimenti valutando la variazione della glicemica in un arco di 2 ore.

Carico glicemico: (indice glicemico X carboidrati contenuti nell’alimento)/100.

Il primo valore indica solamente la qualità, il secondo qualità e quantità.

Gli alimenti vengono classificati in tre fasce differenti a seconda del carico glicemico:

Carico glicemico basso da 0 a 10

Carico glicemico medio da 11 a 19

Carico glicemico alto da 20 in poi

Bisogna tenere in considerazione che non è comunque il picco glicemico post prandiale a far ingrassare ma è il bilancio energetico, infatti, i problemi non vengono creati da un singolo piccolo glicemico, ma bensì, dalla glicemia nell’arco delle 24 ore della giornata e quanto tempo ci mette a rientrare nei valori ideali dopo un pasto.
Perché in ipocalorica infatti non ingrassiamo anche se può capitare di avere picchi glicemici elevati?
Perché ciò che conta, come detto sopra, è l’introito calorico, infatti in un contesto di ipocalorica non vi sarà la possibilità di ingrassare, dato che il dispendio è maggiore delle kcal assunte.

COME MISURARE L’INDICE GLICEMICO

L’indice glicemico si misura prendendo la media della glicemia dopo l’ingestione di 50g di zucchero di un alimento. A questa si compara come varia la glicemia ingerendo 50g di glucosio. La differenza tra le due variazioni indica l’indice glicemico:

Indice glicemico= (area alimento / area glucosio)x100

INDICE GLICEMICO NEGLI ALIMENTI

Andando a valutare differenti alimenti, possiamo trovarne delle fonti che presentano un basso indice nonostante siano densi di calorie e altri, con densità calorica irrisoria che presentano un IG più elevato, come ad esempio succo di mela e pane di segale.
Questi due alimenti sono pressoché uguali per quanto concerne l’IG, nonostante vi sia una differenza abissale andando a valutare l’alimento in sé o semplicemente, il carico glicemico.
Bisogna anche considerare che l’indice glicemico è influenzato dalla rapidità dell’assorbimento di questi, infatti quelli ad IG più basso sono anche quelli che contengono AMILOSIO, un amido resistente all’azione degli enzimi digestivi rispetto all’amilopectina.
Tutto ciò per ricordare che non ha senso basare la propria alimentazione sull’indice glicemico, come fecero la dieta a zona o la dieta dukan.
Ok, un deterioramento della sensibilità insulinica (continui picchi glicemici ne causano un deterioramento), porta ad accumulo indiretto di adipe a parità di kcal introdotte, però come già detto, il segreto per non ingrassare è controllare l’introito calorico ed è impossibile accumulare adipe se non vi è surplus calorico.
Il motivo infatti per cui diete del genere funzionano, non è per la glicemia mantenuta sempre bassa, bensì perché sono approcci alimentari che portano un soggetto ad escludere gli alimenti più comuni, facendo sì che vadano involontariamente ad assumere meno kcal (sempre di deficit calorico si tratta alla fin fine).
Come al solito anche qui si arriva alla conclusione che ci che fa da padrone nel cambio della composizione, ai fini del dimagrimento rimanga sempre il deficit calorico e non l’indice glicemico, questo può essere di aiuto, ma non sarà la chiave di volta che vi farà dimagrire.

PERCHÉ NON SONO IL CARICO O L’INDICE GLICEMICO A FAR INGRASSARE?

Si è soliti pensare che con i picchi glicemici, gli zuccheri vadano a stiparsi in adipe e sia questo a farci dimagrire, quando in realtà, le variazioni giornaliere che subisce il peso in caso di assunzione di alimenti ad alto IG sono semplicemente variazioni a carico dell’acqua, l’adipe richiede del tempo, per quanto breve, per aumentare o diminuire.
Un eccesso di zuccheri, nei soggetti sani attiva i mitocondri che gli bruceranno e trasformeranno in calore, mediamente solo il 10% degli zuccheri in eccesso si trasforma realmente in grasso e comunque, scusate se sono ridondante, è sempre il bilancio calorico a fare da padrone nell’accumulo o la perdita di adipe.
L’indice glicemico può influire ma indirettamente e sul lungo termine, portando ad un deterioramento della sensibilità insulinica, ma non in altro modo.

ALLORA PER COSA SONO IMPORTANTI INDICE E CARICO GLICEMICO?

Questi due fattori, come già detto, non sono fondamentali ai fini del perdere o accumulare adipe, lo sono il deficit o il surplus calorico, però trovano la loro importanza, come già citato sopra, sempre in contesto composizione corporea, sul lungo termine.
è vero, a decidere se accumuleremo o meno adipe vi è l’introito calorico, ma sul lungo termine, continui sbalzi glicemici portano ad un deterioramento della sensibilità insulinica e ciò, comporta a lungo andare, una peggiore gestione dei glucidi da parte del nostro organismo.
Una peggior gestione dei glucidici si va poi a tradurre in una minor perdita di peso a parità di deficit calorico in contesto di ipocalorica ed un minor anabolismo in fase di costruzione, con le kcal del surplus che sono più propense a stiparsi in adipe.
Con  tutto ciò voglio dire, non bisogna impazzire per l’indice glicemico, ma nemmeno trascurarlo andando ad assumere alimenti di scarsa qualità.

CONCLUSIONE

L’indice, come il carico glicemico, non sono due parametri fondamentali ai fini della composizione corporea, ma tornano utili sul lungo termine per mantenere una miglior sensibilità insulinica, che nel tempo porterà a maggior anabolismo ed una più semplice perdita di adipe in ipocalorica.
Ricordiamoci che l’indice glicemico si riferisce solo alla qualità degli zuccheri presenti negli alimenti, mentre, il carico glicemico che infatti è più attendibile, considera sia la qualità, che la quantità degli zuccheri presenti negli alimenti, cosa molto più utile.

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SCHIENA: ANATOMIA E ALLENAMENTO

I muscoli della schiena ricoprono interamente la parte posteriore del tronco e sono composti da differenti strati, come le cipolle, cavolate a parte, sono composti da uno strato superficiale, uno intermedio ed uno profondo.
In questi tre strati si trova i gruppi muscolari che tutti conosciamo, dal gran dorsale all’elevatore della scapola.

Lo strato superficiale è composto dai fasci muscoli che influenza maggiormente la resa estetica del dorso, tra cui troviamo:

-Il gran dorsale, che è uno dei muscoli più estesi del corpo umano e infatti presenta diverse origini e viene diviso in quattro porzioni ben distinte:

  • parte vertebrale con origine a livello dei processi proni dalla settima alla dodicesima vertebra toracica;
  • parte iliaca con origine dalla fascia toracolombare e dalla cresta iliaca;
  • parte costale con origine dalla decima alla dodicesima costa;
  • talvolta come parte scapolare con origine a livello dell’angolo inferiore della scapola.

Nonostante ciò però trova inserzione in un solo punto, a livello della cresta del tubercolo minore dell’omero.
Presenta numerose funzioni dal punto di vista anatomico:

  • Adduce, estende ed Intraruota l’omero.
  • Estende il tronco .
  • Antiverte il bacino.
  • Deprime le scapole.

-I romboidi che sono localizzati al centro della schiena, i quali si proiettano dal margine mediale della scapola fino alle vertebre cervicali basse e toraciche alte.
Permetto di avvicinare tramite adduzione le scapole alla colonna e sono stimolati negli esercizi di tirata, remata e arrampicata come sinergisti del gran dorsale.

-Il trapezio che si compone di tre differenti fasci:

  • Superiore
  • Intermedio
  • Inferiore

Ricopre la porzione alta della schiena trovando origine a livello della nuca, della cervicale e delle vertebre toraciche.
Lavora a livello scapolare e cervicale, è proprio grazie a ciò che permette alla scapola di muoversi.

-Il dentato anteriore che è un muscolo appartenente al complesso della muscolatura scapolo-toracica.
origina con 9-10 digitazioni dalla prima fino alla nona costa e decorre anteriormente alla scapola, fino ad inserirsi lungo tutto il margine mediale della scapola stessa, dall’angolo superiore fino a quello inferiore. 
Suddivide il gran dentato in tre porzioni distinte che possiedono funzioni anatomiche differenti in base all’orientamento delle fibre.
Ha la funzione di far aderire la scapola al torace. Tale funzione è svolta in sinergia con i muscoli romboidi e trapezio.
Il gran dentato, inoltre, possiede importanti funzioni a livello scapolare:

  • Con la sua porzione superiore protrae la scapola;
  • Con la porzione intermedia protrae, tilta posteriormente e ruota cranialmente la scapola (la glena ruota verso l’alto);
  • Con la porzione inferiore protrae, tilta posteriormente e ruota cranialmente la scapola.

-L’elevatore della scapola origina dai processi trasversi delle prime quattro vertebre cervicali e si inserisce a livello dell’angolo superiore della scapola e proprio per questo possiede numerose funzioni:

  • A livello della cervicale determina un movimento di rotazione omolaterale, di estensione e di inclinazione omolaterale.
  • A livello scapolare, invece, determina un movimento di depressione, rotazione caudale e lieve retrazione. 

-Il quadrato dei lombi è un muscolo localizzato dal bacino all’ultima costa e alle vertebre lombari, che ha la funzione di estendere e inclinare la colonna. 
È un muscolo in grado di estendere il tratto lombare e giocare un ruolo fondamentale nella gestione dell’inclinazione laterale del tronco.

ESERCIZI PER ALLENARE LA SCHIENA

Come abbiamo già visto, la schiena, a dispetto di altri distretti muscolari è molto complessa e composta da molteplici muscoli.
Per scegliere gli esercizi bisogna tenere in considerazione le funzioni anatomiche dei molteplici muscoli che compongono la schiena…
Come abbiamo già visto, gran dorsale e grande rotondo che svolgono movimenti di adduzione/estensione dell’omero, questi muscoli donano ampiezza alla schiena che contribuisce a portare il tanto amato V shape.
Dopo di che abbiamo trapezio e romboidi che fungono da adduttori e stabilizzatori delle scapole.
Il deltoide posteriore che abduce, estende ed extraruota l’omero.
Per finire gli erettori spinali che estendono e stabilizzano la colonna andando a regale spessore.

Nelle sessioni di dorso si vanno ad utilizzare maggiormente esercizi per i dorsali in quanto permettono di utilizzare carichi elevati, mentre gli erettori spinali lavorano già molto con esercizi utilizzati nelle sessioni di lower quali: squat e stacchi.
Per quanto concerne gli adduttori, gli esercizi specifici vengono visti più come complementari.

COME SCEGLIERE GLI ESERCIZI

Considerando quanto detto fino ad ora, andremo a scegliere gli esercizi consapevolmente, bisogna, come già detto, tenere in considerazione la funzioni anatomiche dei vari fasci muscolari, così da capire che esercizi utilizzare in base ai movimenti che permettono di compiere.
Essendo gli esercizi principali a carico del dorsale e considerando che questo ha la funzione di addurre ed estendere, già inserendo due esercizi che presentino, il primo uno schema motorio con adduzione ed il secondo, con estensione dell’omero, o viceversa, andremo a svolgere già un lavoro piuttosto completo su questi fasci, senza considerare che in questo caso avremo anche una forte stimolazione del grande rotondo.

Un’altra cosa, molto importante, da tenere in considerazione, è quella di segmentare le varie porzioni del dorso da lavorare, utilizzando quindi esercizi che vado a presentare il picco di massima contrazione in punti differenti del ROM, quindi, sia in contrazione, che in accorciamento.
Questo perché il dorso è gruppo muscolare veramente vasto e di conseguenza, è difficile dare una tensione uniforme lungo tutti i punti del ROM, infatti molti esercizi presentano tensione poco uniforme, talvolta con cambi repentini.
Quindi scegliere esercizi differenti per dare lo stesso lavoro a tutti i fasci presenti a livello dorsale sarà fondamentale per ottenere uno stimolo completo e non lasciar “deallenate” alcuni fasci muscolari.

Quindi, come già detto gli esercizi verranno scelti in base alle funzioni dei vari gruppi muscolari.
Gli esercizi principalmente a carico di gran dorsale e gran rotondo (gli esercizi che presentano adduzione ed estensione dell’omero) e che sono anche gli unici che personalmente utilizzo per allenare il dorso sono:

-Rematore
-Pendlay row
– Lat machine o trazioni con differenti prese
-Pull down al cavo alto.

Esercizi per adduttori ed elevatori delle scapole:

-Rematore con bilanciere
-Pendlay row
-Pulley presa larga
-Aperture posteriori e varianti
-Face pull
-Scrollate per il trapezio, personalmente le inserire solo in caso di carenza per quanto concerne questo gruppo muscolare.

Erettori spinali:

-Stacchi in tutte le salse
-Hyperextension
-Bent over row
-Good morning

VOLUME DA UTILIZZARE

Il dorso, come qualsiasi altro gruppo muscolare, per quanto concerne il range di ripetizioni da utilizzare, necessità, per un lavoro completo, di molteplici range di ripetizioni, dalle 4, addirittura, fino alle 30.
Questo perché per dare uno stimolo completo ci vogliono sia lavori con stimolo meccanico che ipertrofico, quindi una buona idea potrebbe essere quella di adottare un hatfield partendo con esercizi a reps basse e salendo man mano che si prosegue con l’allenamento, oppure un P.H.A.T. inserendo due sedute, una con range di ripetizioni più alte, come stimolo metabolico ed una con range di ripetizioni più basse con stimolo meccanico.

Per quanto concerne invece il volume da utilizzare, seguendo le linee guida sarebbero consigliati dai 18 ai 24 sets settimanali.
Ovviamente questi sono numeri da prendere con le pinze, il volume è sempre soggettivo e quello ideale è quello che permette di avere una crescita sul gruppo interessato.
Quindi, partendo da questo numero di serie settimanale si può provare a ridurre o aumentare a seconda degli effetti che vanno a generare.
Per quanto invece concerne la frequenza di allenamento settimanale, teoricamente, se il volume è adeguato non vi dovrebbero essere grandi differenze tra una o più sedute nell’arco della settimana.
Questo torna utile più che altro per aumentare il volume settimanale, in quanto, il volume utilizzabile in una singola seduta, prima di cadere nel classico volume spazzatura è limitato, più viene protratta una seduta di allenamento e più aumentano cortisolo e stress a livello sistemico.
In questo caso splittare il volume su più giorni potrebbe essere un’arma vincente per ottenere una resa migliore.

ERRORI PRINCIPALI NELL’ALLENAMENTO PER LA SCHIENA

La schiena è piuttosto ostica da allenare per molto, in quanto è difficile percepirla a dovere e di conseguenza si tende ad incappare in alcuni errori involontari…
Uno di questi è l’eccessivo coinvolgimento dei bicipiti, i quali intervengono facilmente nelle tirare per il dorso, visto che in quasi tutti gli esercizi bene o male è presente flessione del gomito.
Uno stratagemma per ovviare a ciò può essere una classica presa con pollice anteposto o la pistol grip, riducendo la tensione scaricata nella porzione della mano verso il pollice si riduce drasticamente il coinvolgimento del bicipite, in quanto è meno enfatizzato il lavoro di flessione a carico di questo.
Un’altra ottima strategia è quella di considerare le mani e l’avambraccio come un gancio appeso ad una corda che non tira ma tiene solo il carico mentre il movimento viene guidato dal gomito.
La seconda difficoltà che si incontra maggiormente è il controllo delle scapole, è difficile capire che prima di iniziare la fase concentrica le scapole devono essere depresse, altrimenti ciò porterà a compensi inutili e controproducenti.
Per imparare a fare ciò è ideale, prima di iniziare ogni fase di tirata, deprimere le scapolo e poi partire col movimento.

CONCLUSIONI

La schiena è veramente difficile da saper allenare e allenare in modo completo essendo un gruppo muscolare così vasto e che non abbiamo la possibilità di vedere, per cui di conseguenza facciamo fatica a percepire.
Sarà quindi fondamentale impostare un allenamento ben strutturato scegliendo esercizi che non necessitino di essere cambiati di frequente, così che lo schema motorio venga appreso al meglio e di conseguenza si arrivi ad una resa maggiore.

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CREATINA, LA GUIDA COMPLETA

Uno degli integratori alimentari più conosciuto ed utilizzato, ovviamente seguito a ruota dalle proteine in polvere.
Presenta tantissime peculiarità ed effetti benefici, viene però talvolta avvolta da leggende e miti su assunzione o effetti che fanno un po’ storcere il naso.
Ho deciso di parlare di questo prodotto per fare un po’ di chiarezza sulle leggende metropolitane che le aleggiano intorno.
Si tratta di una molecola secreta endogenamente da reni, fegato e pancreas, il fabbisogno richiesto ammonta a 2g/die, mentre la nostra produzione arriva a massimo 1g/die.
Questo non significa che la produzione endogena venga soppressa se assunta tramite integratori come invece succede in altri casi, semplicemente ciò può portare ad un calo della sua secrezione.
La creatina si trova al 95% nei nostri muscoli, mentre il restante 5% in organi come reni, fegato, cervello, ecc…
Il 60% è presente sotto forma di creatina fosforilata, mentre il 40% in forma libera e affinché avvenga la sua sintesi è necessaria la presenza di due amminoacidi, la glicina e l’arginina.

FUNZIONI

La creatina ha la funzione di legare dei gruppi fosfato ad alta energia grazie a enzimi del tipo creatina chinasi (CPK), diventando fosfocreatina.
La fosfocreatinaè in grado di cedere molto velocemente i fosfati all’ADP “ricaricandola” e ricovertendola ad ATP ovvero, l’adenosina tri-fosfato, un composto chimico coinvolto nella quasi totalità dei processi metabolici, questo processo avviene specialmente durante sforzi muscolari brevi e intensi.
Infatti velocizza il recupero e migliora i sintomi di condizioni specifiche che coinvolgono danni neuromuscolari, diminuisce l’affaticamento e rallenta il declino cognitivo e migliora i markers ematochimici del diabete.
La creatina dunque è fondamentale nel ripristino dell’ATP quando ci si affida al meccanismo anaerobico alattacido.
L’ATP presente all’interno dei muscoli risulta essere di appena 2,5g/kg, quantità tale che si tradurrebbe in uno sforzo di pochissimi secondi, tuttavia esiste la fosfocreatina che interviene per la ri-sintesi dell’ATP a partire dell’ADP. 
Sostanzialmente la creatina integrata è in grado di aumentare le scorte di fosfocreatina nei muscoli.
L’assunzione e l’aumento delle scorte di fosfocreatina si tradurrà in una maggiore rigenerazione dell’ATP accelerando così il processo di “riciclo”. 

PRE O POST WORKOUT?

La creatina presenta funzione di riserva, infatti agisce tramite la saturazione delle riserve di creatina, infatti la sua funzione principale deriva dall’assunzione cronica.
Pre workout è in grado di velocizzare la resintesi di glicogeno nel post allenamento, mentre se assunta post insieme ad una fonte proteica ed una glucidica ne migliora lo stoccaggio nei ventri muscolari.

MODALITÀ DI ASSUNZIONE

Vi sono due modalità di assunzione:

Il carico di creatina, la più classica ed utilizzata, consiste nell’effettuare un carico con sovradosaggio (0,3g x KG) di circa 7 giorni, per poi seguire la fase di mantenimento con durata indefinita a 3-5g al giorno.
Presenta il vantaggio di portare rapidamente a saturazione le scorte, ma al contempo porta a sprecarne molta e necessità la divisione dell’assunzione in circa 4 dosi al giorno.
Le 4 dosi andranno aggiunte nei pasti con quote glucidiche elevate.

L’assunzione più classica, ovvero quella di 3-5g al giorno in cronico, che nonostante porti a saturazione meno rapidamente (3-4 settimane) personalmente apprezzo molto di più.
Questa può essere effettuata in due differenti modi, o la classica assunzione nel pasto che presenta la quota glucidica più elevata insieme a molta acqua, oppure, come preferisco giostrarmi io, scioglierne la medesima quantità in circa 2 litri (o più, ancora meglio tra l’altro), di acqua da sorseggiare durante la giornata.
Viste le peculiarità chimico-fisiche della creatina ho ritenuto fosse la scelta più efficiente.

FORZA, Sì O NO?

È stato riscontrato un netto aumento di forza grazie all’assunzione di creatina non indifferente, questo nell’arco di circa 8 settimane e ciò avviene indipendentemente dal gradi di allenamento del soggetto.

RITENZIONE IDRICA?

La creatina aumenta l’idratazione intra-cellulare, l’accumulo di liquidi extra-cellulari causati dall’assunzione di creatina avviene solo in caso questa sia già ampiamente presente.
Tutto questo porta ad aumento dei volumi muscolari regalando un aspetto più tondo e pieno, proprio per quello porta ad aumento di peso sulla bilancia di circa 2-3kg.
Quindi la creatina non porta ad accumulo di liquidi extra-cellulari indesiderati, se non nel caso citato sopra, quindi se dovesse succedere ricordatevi di chiudere il frigo, eliminare la creatina non porterà benefici.

AUMENTI DI MASSA MUSCOLARE

La creatina è in grado di aumentare la massa muscolare, questo perché, le fibre muscolari dopo le prime settimane di assunzione portano ad un aumento dei volumi delle fibre muscolari e ciò è dovuto alla maggior idratazione intra-cellulare, per non parlare del fatto che una cellula ben idratata è una cellula più anabolica, infatti, in seguito all’assunzione di creatina si vada a verificare una minore lisi muscolare (il catabolismo), con conseguente aumento del bilancio azotato, con tanto di incremento indiretto della massa muscolare.
Non sembra essere tuttavia l’unico fattore ad incrementare il muscolo, infatti uno studio del 2001 ipotizza che la supplementazione di creatina aumenti il numero di mionuclei, aumentando così il potenziale di crescita e rigenerazione delle fibre muscolari. 
Un altro studio del 2003 va a confermare che la creatina altera positivamente la miogenina.
Un altro fattore coinvolto nell’aumento della massa muscolare, associato alla creatina, è l’aumento dell’inibizione della miostatina, un gene che limita la crescita muscolare negli esseri viventi.

CREATINA, SCIOGLIMENTO E ASSUNZIONE

È fondamentale che la creatina venga disciolta a dovere prima di essere assunta, in quanto, la presenza di micro-cristalli ne blocca l’assorbimento da parte degli enterociti.
Bisogna però tenere in considerazione che è difficile che la creatina se non sciolta correttamente non venga assorbita, essendoci 37 gradi di temperatura media a livello gastrico ed un PH di 1-3.

L’assunzione con i pasti o senza non porta grandissime differenze, semplicemente, l’assunzione con un’elevata quota glucidica e proteica ne migliori leggermente l’assorbimento grazie allo spike insulinico.

LA CREATINA FA MALE?

Questa è la frase che qualsiasi utente che frequenti la sala pesi ha sentito almeno una volta in vita sua e ciò è dovuto al fatto che un aumento di creatina porti ad un aumento di un biomarker testimone dei danni renali, la creatinina, che si tratta di un semplice prodotto generato dalla degradazione delle cellule muscolari.
Quindi, considerando che la creatinina è sì un biomarker, ma solo uno dei possibili segnali di danni a carico dei reni e che il suo aumento risulta normale in seguito all’assunzione di creatina e quindi si tratta di falsi positivi e non avviene nemmeno in tutti i soggetti non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi dell’insorgenza di possibili danni a carico dei reni.
Proprio per questo, come buona parte degli integratori tra l’altro, la creatina non risulta dannosa in un soggetto sano, salvo per la possibilità di diarrea in soggetti bad responder, problema facilmente arginabile.

CREATINA E CAFFÈ

Come molti utenti che frequentano ormai da tempo la sala pesi, nel tempo si è discusso molto in merito al mix, creatina e caffeina per aumentare le prestazioni in allenamento.
Inizialmente pareva una buona idea, prima dell’uscita di uno studio che affermasse l’esatto opposto, ovvero l’inibizione della creatina da parte della caffeina.

È però di recente uscito un nuovo studio che afferma il contrario, ovvero che la combinazione di creatina e caffeina porti ad una maggior attivazione muscolare.
Quindi si è ritornati all’idea di partenza, ovvero, creatina e caffeina sono un ottimo connubio per migliorare la qualità delle sedute di allenamento.

CONCLUSIONI

La creatina risulta utile, non solo per l’aumento delle prestazioni in sala pesi, ma anche per una miglior resa estetica e per la prevenzione/trattamento di numerose problematiche.
Se assunto nelle giuste quantità e con un timing adeguato può essere un valido alleato nel proprio percorso in sala pesi, oltre a non presentare i fantomatici effetti collaterali che questa sembrerebbe vantare.
Un integratore che si può tenere 365 giorni l’anno, consiglio vivamente di volgere su marchi che presentino la certificazione creapure, in quanto una creatina di alta qualità presenterà cristalli, oltre che migliori, maggiormente solubili in acqua, fattore non indifferente considerante che il loro corretto scioglimento è fondamentale perché venga assorbita correttamente.
Infatti io acquisto tra le due versioni presenti sul sito di integratori Tsunami Nutrition questa, creatina monoidrato micronizzata marchiata creapure.

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PENDLAY ROW

PENDLAY ROW

Il pendlay row è una variante del classico barbell row (o rematore con bilanciere), nasce e viene ampiamente utilizzato nel bodybuilding “old school”, per chi non lo sapesse, mi riferisco all’era in cui regnavano culturisti del carico di Arnold Schwarzenegger e Tom Platz…
Veniva ampiamente utilizzato insieme all’ormai dimenticato bent over row, un’altra remata da eseguire con busto parallelo al terreno, che perse la sua “fama” in quanto considerato pericoloso per le curve innaturali che andava ad assumere la colonna vertebrale durante la sua esecuzione.
Il pendlay row prende il nome dal suo creatore Glen Pendlay, coach di sollevamento pesi negli USA.
È un esercizio che personalmente apprezzo molto e non manca mai nelle mie sedute di allenamento per il back e che preferisco rispetto ad un classico rematore col bilanciere, soprattutto per le ridotte forze di taglio a carico del rachide lombare.

DIFFERENZE TRA BARBELL ROW E PENDLAY ROW

La differenza sostanziale che presenta il pendlay row rispetto al classico barbell row a livello esecutivo è in primis il TUT (time under tensione, il tempo sotto tensione durante la serie), in quanto viene effettuata solo la fase concentrica con assenza totale della fase eccentrica e ad ogni ripetizione si riappoggia il bilanciere a terra, mentre nel barbell row la tensione rimane costante per tutta la serie.
Differiscono anche nell’inclinazione del busto, che nel pendlay row è di circa 90 gradi o poco meno, rispetto ai 45 gradi del barbell row e nell’ampiezza della presa, che nel pendlay row risulta essere più ampia di circa una spanna rispetto alle spalle e con possibilità di aumentarla o diminuirla andando di conseguenza a modificare la traiettoria del bilanciere ed i fasci muscolari coinvolti, mentre nel barbell row la presa è all’incirca all’ampiezza delle spalle.
Da ciò ne consegue anche che vi è differenza a livello di fasci muscolari del dorso coinvolti, il pendlay row viene considerato un esercizio per l’intera schiena, con particolare focus sul GD, che può appunto variare a seconda della presa utilizzata, ad esempio, aumentando l’ampiezza della presa e avendo di conseguenza una traiettoria differente che fa sì che il bilanciere vada a trovarsi a livello del petto a fine della fase concentrica, andremo ad avere maggior focus su deltoidi posteriori e trapezi.
Si può giocare sul ricercare il coinvolgimento di fasci differenti anche col barbell row variando l’ampiezza della presa, ricordandosi però che il ROM già non è ampio e andrebbe a diminuire.
Il pendlay row presenta maggior tensione a parità di carico, in quanto l’omero risulta abdotto di crica 90 gradi dal busto rispetto ai 45 del rematore col bilanciere e maggiore è l’abduzione dell’omero e maggiore sarà l’allungamento che raggiungerà il Gran Dorsale, infatti questo raggiunte il massimo strech muscolare possibile con l’omero abdotto a 180 gradi (braccia distese sopra la nuca).

MUSCOLI COINVOLTI

Quando eseguiamo il pendlay row, attiviamo in modo importante anche i muscoli delle braccia e delle spalle: brachiale, brachioradiale e deltoide posteriore.
Questo esercizio, ti richiede l’attivazione di tutto il corpo, compreso, ovviamente, il core, che stabilizza tronco e colonna, i glutei e le cosce che sorreggono il carico e si attivano anche per consentirti di mantenere la postura.
L’attivazione muscolare cambia molto, a seconda della tecnica e della variante di esecuzione.
I muscoli maggiormente coinvolti comunque sono:

-Grand dorsale

-Trapezio

-Elevatori della scapola

-Romboidi

ESECUZIONE

Posizionati in stance tipica da stacco da terra regular, afferra il bilanciere con la presa poco più larga delle spalle, sblocca le ginocchia, tenendo alto il bacino, rendi neutra la colonna vertebrale (no flessione, no iper-estensione), stacca il bilanciere da terra, tira verso di te il bilanciere contraendo i muscoli della schiena, antieni il tronco il più possibile orizzontale rispetto al terreno, non portare i gomiti eccessivamente in alto e troppo oltre la linea della schiena e mentre il bilanciere sale, non sfruttare l’inerzia e mantieni stabile la postura.
Procedi a riappoggiare a terra il bilanciere ad ogni ripetizione senza eseguire la fase eccentrica del movimento, in quanto il pendlay row eseguito in modo “classico”, non la presenta.
Importantissimo risettarsi ad ogni ripetizione per trovarsi nella posizione ideale, avendo la possibilità di farlo, va fatto!

VANTAGGI DEL PENDLAY ROW

Il pendlay row, a differenza del classico barbell row presenta due vantaggi non da poco:

-La possibilità di risettarsi ad ogni ripetizione, come già detto sopra, si tratta di un lusso e va sfruttato per massimizzare la resa dell’alzata, che sia in ottica di ricerca dell’ipertrofia, o della forza.

-Presenta forza di tagli nettamente inferiori rispetto al barbell row, non dovendo effettuare la fase eccentrica del movimento le forze di taglio a carico del rachide sono nettamente ridotte.

CHEATING, SÌ O NO?

Veniamo ora all’argomento più scottante, il fantomatico cheating, che viene visto fare nel 90% dei casi, da chi lo ricerca volutamente, a chi sta semplicemente stuprando un esercizio per utilizzare un carico che non è in grado di padroneggiare.
Se siete secchi e vi allenate col culo pur di sollevare più kg rimarrete comunque secchi, ma in compenso avrete più dolori articolari, aperta e chiusa parentesi.

Il cheating può essere un’arma veramente interessante se eseguito nel modo corretto ed applicato nei giusti esercizi per renderne più uniforme la tensione durante la loro esecuzione.
Proprio per questo il cheating può essere definito TECNICA!
Il motivo per cui normalmente è sconsigliato l’utilizzo del cheating è perché, essendo una tecnica, come tale è importante saperla eseguire, cosa in cui già molti utenti della sala pesi peccano anche solo nella normale esecuzione degli esercizi base e per di più va contestualizzata, anche il rest pause è bellissimo, ma non ha senso inserirlo in ogni esercizio.

L’utilizzo del cheating, principalmente per quanto concerne l’allenamento del dorso, è una tecnica che torna veramente utile, in quanto permette di rendere più uniforme la tensione nei diversi gradi del ROM.
Pensiamo ad un semplice rematore con manubrio, se eseguito senza cheating, si interrompe la serie quando non si riesce più a concludere la fase concentrica, peccato che quasi 2/3 del ROM, se ci facciamo caso, riusciamo a percorrerli ancora innumerevoli volte.
Questo significa che le fibre che intervengono in quella porzione di ROM sono ancora in grado di compiere altro lavoro, e terminare la serie in quel momento porterebbe a lasciar “deallenate” una porzione di fibre non indifferente.
Inserendo il cheating andremmo ad uniformare la tensione, in quanto, verso la fine della fase concentrica, l’esercizio presenta un aumento di tensione repentino, così facendo invece andremmo a ridurre la tensione, così che tutte le fibre che intervengono nelle differenti porzioni di ROM presentino una mole di lavoro pressoché simile.
Ricordo però, come detto sopra, che va eseguito in maniera corretto, il cheating deve subentrare solo nella chiusura e deve essere a carico del dorso, di conseguenza il movimento deve prevedere una piccola flessione di busto e/o ginocchia e non un’etensione dell’anca.

Quindi, sì al cheating se eseguito con cognizione di causa.

CONCLUSIONI

Il pendlay row è un esercizio bellissimo che permette di regalare grandi volumi e spessore al vostro “back”.
Si presta veramente bene per lavori di forza/con stimolo meccanico, in quanto permette di utilizzare carichi veramente elevati generando alta tensione a carico dei muscoli della schiena, infatti è un esercizio che non dovrebbe mai mancare nella propria routine di allenamento

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PROTEINE: IL QUADRO GENERALE

Le proteine sono i mattoncini che compongono il nostro organismo, in quanto hanno funzione plastica, sono costituite da sequenze di monomeri denominati amminoacidi, (AA) in quantità e disposizione differenti, a seconda delle quali formano un determinato tipo di proteina con caratteristiche e valore biologico differente.
Le proteine, come i carboidrati, sono composte da carbonio, idrogeno e ossigeno, con l’unica differenza che queste in più presentano l’azoto.
Gli amminoacidi vengono usati per funzioni energetiche ma non permettono la produzione di elevate quantità di glucosio, senza considerare i prodotti di scarto che vanno a formare.
Per comporre le proteine sono necessari tutti e 20 gli amminoacidi, di cui 11 vengono chiamati NON ESSENZIALI, in quanto il nostro organismo è in grado di sintetizzarli, mentre i restanti 9 vengono denominati ESSENZIALI, dato che non siamo in grado di sintetizzarli e quindi vanno per forza assunti tramite l’alimentazione/integrazione.
Gli amminoacidi essenziali sono: fenilalanina, isoleucina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina.

FUNZIONI

Le proteine come già accennato hanno una funzione plastica, questa però non solo per quanto riguarda i muscoli, i quali sono composti dal 20% di proteine, ma anche ormoni, enzimi e svariate strutture del corpo.
La necessità di assumere proteine nasce dalla presenza del turnover proteico, ovvero il ricambio costante di proteine tramite la scissione in amminoacidi per utilizzarli a seconda delle necessità.
Quindi vi è un costatante ricambio delle proteine presenti nell’organismo e per questo è necessario assumerne costantemente, infatti le proteine che costituiscono il nostro organismo attualmente non sono le medesime di qualche anno, nemmeno quelle di qualche mese fa.
Oltre la funzione plastica svolgono anche una funzione energetica quando non vi è sufficiente glucosio, regolano gli enzimi per il funzionamento del metabolismo, di trasporto come l’albumina, immunitaria in quanto gli anticorpi presentano una struttura proteica e contrattile, in quanto i filamenti di actina e miosina presenti nel muscolo permettono a questo di contrarsi ed allungarsi.

STRUTTURA DELLE PROTEINE

Le proteine come già detto sono composte da amminoacidi, i quali si legano tramite l’unione di un gruppo carbossilico di un amminoacido ad un gruppo amminico di un altro amminoacido tramite l’eliminazione di una molecola di H2O e ciò attribuisce una forma lineare alla struttura.
Questo struttura però può anche diventare tridimensionale ripiegandosi su sé stessa e andare a costituire catene più complesse tramite l’unione con altre catene.
Le proteine poi, si dividono in semplici o complesse e ciò dipende dalla struttura:

-Semplici: catene composte da soli amminoacidi.

-Complesse: catene composte ad altre unità di natura non amminoacidica come zuccheri o grassi.

FABBISOGNO PROTEICO

Il fabbisogno proteico è molto variabile a seconda del soggetto e dipende appunto da svariati fattori quali:

-Composizione corporea: rapporto tra adipe e massa magra.

-Soggettività: situazione a livello digestivo ed intestinale.

-Allenamento: volume ed intensità.

-Stile di vita: attivo o sedentario.

-Età.

-Dieta: introito calorico e fonti.

Infatti il fabbisogno proteico in un soggetto anziano sarà differente da quello di un bambino, come questo lo sarà da quello di una persona in sovrappeso, che a sua volta lo avrà differente da uno sportivo.
L’OMS consiglia di tenere 0,7g di proteine per kg corporeo, anche se nel caso di un soggetto che pratica attività sportiva un introito del genere risulterà irrisorio.

È importante stare attenti al rischio di una eventuale carenza a livello proteico, in quanto non è così difficile che ciò avvenga, dato che non esistono riserve di proteine nel corpo a differenza di carboidrati o grassi e per “colpa” del turnover proteico è necessario appunto continuare ad assumerne una quantità adeguata, visto che ogni giorno vengono degradate mediamente 270g di proteine con un riciclo per parte dei loro amminoacidi.

Il quantitativo di proteine giornaliero ideale per un soggetto qualsiasi varia in un range che va da 0.8 g/kg di peso corporeo fino a 3 g/kg, l’intervallo è così ampia, perché, come già detto, dipende da svariati fattori.
Gli sportivi hanno normalmente un fabbisogno protidico più alto dei sedentari e il range si restringe tra 1.5 g/kg e 3 g/kg peso corporeo.
Questi valori vanno in rapporto al peso corporeo, anche se in realtà il fabbisogno proteico, andrebbe calcolato in base alla massa magra che presenta il soggetto.
Il motivo per cui si valuta il peso totale è per un fattore di praticità, andare ad analizzare precisamente la composizione corporea risulta piuttosto ostico.

Uomo e donna hanno un fabbisogno proteico differente, la donna necessiterà di un quantitativo minore.
Infatti è consiglia per il gentil sesso un range tra le 0,8g/kg e gli 1.8g/kg, anche se in fase di ipocalorica si può arrivare a quantitativi leggermente più alti.
Mentre per l’uomo si consiglia un range tra 1,2/1,3g/kg fino a 2.2/3g/kg.
Questi sono i valori consigliati in un contesto di iper/isocalorica, al contrario, in caso di ipocalorica, sarà opportuno utilizzare quantitativi più elevati, sia per il senso di sazietà che regalano i protidi, sia per il mantenimento della massa magra.
Risulta quindi logico che il range di proteine da assumere in un periodo di definizione sia tendenzialmente più alto: un quantitativo che va dai 2,2g/kg di peso corporeo sino ai 3g/kg di peso corporeo.

VALORE BIOLOGICO

Il valore biologico (VB) di una proteina è stimato in base al contenuto di aminoacidi essenziali (EAA): più l’alimento proteico presenta una distribuzione amminoacidica simile a quella del corpo umano più il valore biologico è elevato. Proteine carenti di uno o più AAE non riescono, nemmeno in grandi quantità, a mantenere in equilibrio il bilancio azotato.
Infatti a parità di contenuto di azoto, una miscela di aminoacidi essenziali e non sembra stimolare meglio la proteosintesi rispetto ai soli EAA.

La biosintesi, avviene quando sono presenti tutti gli amminoacidi nello stesso momento, in caso mancasse uno o più EAA, questa non potrebbe innestarsi, in quanto il nostro organismo non è in grado di sintetizzarli.

Ci sono diversi parametri per classificare le proteine con vari metodi, che considerano:

  • l’aumento di peso di un animale in accrescimento.
  • la variazione di ritenzione azotata nell’organismo.
  • la determinazione della composizione in aminoacidi.

Più una proteina assomiglia per composizione amminoacidica a quelle del corpo umano e più essa è considerata “utile” perchè completa dal punto di vista del fabbisogno organico. Si fa una distinzione tra le proteine ad alto, medio e basso valore biologico.

Le proteine a basso valore biologico comprendono la frutta e gli ortaggi, che sostanzialmente non presentano una frazione proteica e quindi praticamente assenza di aminoacidi essenziali.

Le proteine a medio valore biologico (o parzialmente incomplete) comprendono gli alimenti che non hanno una quantità sufficiente di uno o più aminoacidi essenziali.
È il caso delle proteine vegetali. 
I cereali sono poveri di metionina e lisina, mentre sono ricchi di leucina.
Al contrario, i legumi sono ricchi di lisina.

Le proteine di origine animale (pesce, carne, uova, latte e derivati) sono considerate ad alto valore biologico o proteine complete (o proteine nobili) perchè presentano tutti e 9 gli aminoacidi essenziali: istidina, leucina, isoleucina, lisina, metionina, fenilalanina, treonina, triptofano, valina.

Il valore biologico è alto non solo nel caso di alimenti che già lo possiedono ma anche quando più fonti alimentari complementari di medio-basso VB vengono mescolate: il risultato finale è lo stesso, ovvero un pool di aminoacidi completo.

COME DISTRIBUIRE LE PROTEINE NELLA GIORNATA

La distribuzione di proteine alimentari nell’arco della giornata ha un ruolo secondario rispetto alla quantità. Questo perché l’organismo è, fortunatamente, abbastanza “intelligente” nella gestione dei substrati a disposizione. Il concetto di “limite proteico massimo assorbibile = 30 g per pasto” è stato in parte superato.

Ricorda comunque che anche l’eccesso proteico può determinare liposintesi e deposito adiposo; meglio dunque non concentrarle eccessivamente, distribuendole uniformemente nell’arco delle 24 ore.
Se ad esempio dobbiamo assumere 160g di proteine, sarà un’ottima idea dividerle in 4 pasti da 40g l’uno.

Nessun panico se li si assume divisi in meno pasti con quote più elevate, ciò porterà semplicemente ad avere degli amminoacidi circolanti in più.
Sarà quindi opportuno nel caso integrare successivamente una quota di EAA per completare il profilo amminoacidico.

Per massimizzare la sintesi proteica muscolare bisognerebbe garantire 700 – 3000 mg di leucina.
Ciò non costituisce quasi mai un limite, perché ben presenti in soli 15-20 g di proteine ad alto VB .

CONCLUSIONI

Le proteine sono i mattoncini che compongono i nostri muscoli e non sono meno importanti di carboidrati o grassi, anzi, lo sono tanto quanto, dato che ognuno dei tre macronutrienti presenta funzioni differenti.
È quindi molto importante raggiungere il proprio fabbisogno proteico, soprattutto per gli sportivi, così da migliorare la performance e la condizione, il quale, varia in base al soggetto, alla composizione, alla dieta, agli allenamenti ed allo stile di vita.

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GRASSI, IL QUADRO GENERALE

GRASSI

I grassi, detti anche lipidi sono un gruppo di sostanze eterogene che presentano un basso grado di solubilità in acqua.
Sono una forma concentrata di energia, e sono composti da carbonio, idrogeno ed ossigeno come i carboidrati, rispetto a questi però, presentano un rapporto molto più elevato, infatti forniscono molta più energica (9kcal x grammo), che però non è prontamente disponibile come quella derivante da glucidi.
Hanno svariate funzioni tra cui veicolare le vitamine liposolubili, agiscono sulla sazietà a lungo termine in quanto presentano un’elevata densità calorica che porta a richiedere maggior tempo per digerirli.
I depositi adiposi nell’organismo proteggono dagli urti ed hanno un effetto estetico sul corpo, in qaunto un accumulo/riduzione di adipe porta a modificare notevolmente il proprio aspetto fisico.
Fungono da isolante termico e permettono di rilasciare calore, oltre ad avere funzioni importantissime anche sul profilo ormonale e costituire tutte le membrane cellulari.
Sono infatti fondamentali e non devo mai mancare nella propria alimentazione o comunque scendere sotto una certa soglia, soprattutto quando si tratta di donne, essendo molto più “delicate” dal punto di vista ormonale in quanto i grassi sono precursori degli ormoni steroidei.

COME SI DIVIDONO

I grassi, si dividono in saturi e insaturi che a loro volta si dividono in polinsaturi e monoinsaturi:

-ACIDI GRASSI SATURI: sono privi di doppi legami, quindi presentano il massimo numero possibile di atomi di idrogeno, risultano dannosi se presenti in quantità troppo elevate nella dieta.
La maggior parte presenta una catena corta o media (circa 12 atomi di carbonio) e favoriscono la genesi di patologie cardiovascolari al contrario dei grassi insaturi che le limitano e prevengono, è bene però ricordare che risultano dannosi solo se in eccesso.
Sono presenti principalmente in fonti di grassi animali, ma talvolta è possibile trovarli anche in fonti di grassi vegetali come nell’olio di cocco.

-ACIDI GRASSI MONOINSATURI: a differenza degli acidi grassi saturi contengono un doppio legame lungo la loro catena, da questo deriva la desinenza mono.
Si trovano in grandi quantità nell’olio di oliva.

-ACIDI GRASSI POLINSATURI: contengono due o più doppi legami lungo la loro catena e sono presenti in grandi quantità nelle noci.

Questi sono sempre tutti presenti negli alimenti che contengono lipidi in rapporti differenti, ciò attribuisce proprietà organolettiche ai vari alimenti, quindi a sapore e consistenza che variano appunto in base al rapporto con cui questi sono presenti nell’alimento.

FABBISOGNO GIORNALIERO DEI GRASSI

Le linee guida della SINU per la popolazione Italiana consigliano di assumere circa il 20-35% delle kcal totali tramite grassi, ci sono però correnti di pensiero differenti che fanno variare il le percentuali in eccesso o in difetto a seconda del tipo di lavoro che si desidera fare.
C’è chi propende per una quota percentuale ancora più bassa, del 20 o addirittura 10% in modo tale da poter spendere maggiori quantitativi calorici per i glucidi per aumentarne la tolleranza da parte del corpo e chi invece tende ad andare anche oltre per far sì che il corpo sia in grado di ossidare meglio i grassi.
Ricordiamoci però che i grassi si dividono in saturi ed insaturi, una volta stabilito quale percentuale delle kcal totali attribuire al consumo dei grassi bisognerà bilanciare il rapporto tra questi due…

-Grassi saturi: sono quelli che vengono chiamati “grassi cattivi” ed è per questo motivo che vengono e vanno limitati nella dieta, si consiglia di tenere circa il 10/20% dei grassi totali da assumere nella giornata.
È importante però non demonizzarli in quanti vi sono comunque anche acidi grassi che non risultano dannosi come l’acido stearico.

-Grassi insaturi: compongono la parte “buona” dei grassi e deve comporre la restante quota di lipidi, quindi di circa il 90/80% dei grassi totali da assumere.
Si trovano in fonti quali: frutta secca, pesce azzurro e olio di oliva.
I grassi insaturi si compongono a loro volta da mono e polinsaturi ed è consigliabile distribuire la quota di lipidi rimanente in modo equo tra questi due.
Questi contengono anche gli omega 3 e 6, i primi presentano funzione antiinfiammatoria, mentre i secondi invece pro infiammatoria, ma solo se in eccesso.
È importante che il rapporto tra i grassi omega sia bilanciato proprio per evitare di cadere in uno stato infiammatorio, vi lascio il link per approfondire l’argomento. https://lucabertalli.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=913&action=edit&calypsoify=1

È fondamentale assumere una quota minima di grassi al giorno per l’organismo, in quanto, come già detto sopra, sono precursori degli ormoni steroidei.
C’è una soglia limite sotto la quale è bene non scendere, per gli uomini è consigliato non scendere sotto i 30/35g al giorno, mentre per le donne sotto i 40/60g al giorno, questo perché hanno una quantità maggiore di grasso essenziale da mantenere rispetto agli uomini.
Così come è bene non scendere sotto certi quantitativi lo è anche non eccedere, in quanto potrebbe portare ad accumulo di adipe diretto.
Questo avviene perché le cellule del grasso inglobano gli acidi grassi in eccesso rafforzandosi e da qui si può sfociare in un aumento dei grassi nel sangue, alterazioni nel profilo ormonale e fegato grasso, oltre ovviamente all’accumulo di adipe.
Il quantitativo che si consiglia tenere come soglia massima è di 0,5/1,5g x kg corporeo, sopra questi quantitativi non si hanno più benefici, anzi…


GRASSI TRANS E IDROGENATI

I grassi trans sono di tipo insaturo ma presentano lungo la loro catena delle alterazioni della posizione (in questo caso opposta) degli atomi di idrogeno nei loro doppi legami, si trovano principalmente in alimenti lavorati tramite grassi idrogenati e ciò è dovuto dal processo di idrogenazione.
Il problema di questa tipologia di grassi che viene ritenuta pericolosa è il rischio di insorgenza di problematiche cardiovascolari tramite la loro assunzione in quote elevate, dovuto dal peggioramento del profilo lipidico, portando ad un aumento del colesterolo LDL ed una diminuzione del colesterolo HDL.
Questa è una problematica che è diventata rilevante col passare del tempo, in quanto è aumentata notevolmente la presenza di prodotti industriali che li contengono, dato che le aziende, per risparmiare, utilizzano molto più frequentemente grassi idrogenati.
Per i grassi trans non vi è una quantità consigliata da assumere, anzi, è meglio tenerli il più possibile vicino allo zero.
È bene prenderne atto in modo da acquisire consapevolezza riguardo a ciò che si mangia e quindi tenere uno stile di vita più sano.

CONCLUSIONE

I grassi non portano ad accumulare adipe a priori, ciò che porterà a questo sarà il surplus calorico o un abuso di lipidi.
Sono fondamentali, se ben bilanciati, e nelle giuste dosi porteranno giovamento, per cui non vanno demonizzati.

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CARBOIDRATI: QUADRO GENERALE

I carboidrati sono il carburante che ci permette di svolgere le nostre funzioni vitali, è ciò che ci da energia e si trovano praticamente ovunque, dall’amido della pasta allo zucchero, fino ad arrivare alla cellulosa contenuta nella corteccia delle piante.
Vi è una forte carenza di informazioni dal punto di vista nutrizionale per quanto concerne la cultura generale, per questo è importante conoscere cosa sono e come funzionano, lo stesso per grassi e proteine.
Infatti questi saranno gli argomenti di cui tratterò nei prossimi articoli per chiudere la triade e darvi un quadro generale quanto meno completo.
Fanno parte del DNA come ribosio e sono determinanti del gruppo sanguigno, la loro funzione principale è energetica (glucosio), come fossero una specie di carburante per il nostro organismo.
La funzione energetica è resa possibile dalla trasformazione di glucosio in ATP, la forma in cui questo “carburante” è fruibile per le cellule.
Il glucosio è presente nel nostro come corpo come fonte di riserva nel fegato sotto forma di glicogeno, lo stesso anche nei tessuti muscolari, dal quale però non si attinge in caso di carenza, ma viene solamente utilizzato per le fibre muscolari.

METABOLISMO DEI CARBOIDRATI

Il metabolismo dei carboidrati è il processo grazie al quale si ottiene ATP, ovvero la forma in cui i carboidrati sono fruibili come fonte di energia.
Si tratta di un processo molto complesso, quindi riassumerò solo le fasi più importanti:

I glucidi vengono assorbiti nell’intestino sotto forma di monosaccaridi, successivamente questi arrivano al fegato in cui entrano nell’epatocita per essere fosforilati, così da bloccarlo dentro la cellula.
Il glucosio viene poi stipato nel fegato o raggiunge le cellule muscolari tramite il flusso ematico in cui viene depositato come glicogeno muscolare.
Successivamente, quando vi è poi richiesta di energia, il glucosio viene rilasciato grazie all’enzima glucosio-6-fosfato fosforilasi che rompe i legami tra le molecole del glicogeno e il glucosio viene messo in circolo a disposizione delle cellule che ne hanno bisogno.
Infine, il glucosio nelle cellule entra nella glicolisi e nel ciclo di Krebs per essere trasformato in ATP ed essere utilizzato.

TIPOLOGIE DI CARBOIDRATI

I carboidrati, com’è facilmente intuibile dal nome sono composti da tre atomi: carbonio, idrogeno, ossigeno.
La denominazione che ricevono dipende dal numero di unità che li compongono e sono:

-MONOSACCARIDI

-DISACCARIDI

-OLIGOSACCARIDI

-POLISACCARIDI

Monosaccaridi: Sono carboidrati costituiti da una singola unità, proprio per questo prendono il nome di glucidi semplici o zuccheri in quanto attribuiscono un sapore dolce agli alimenti da cui sono composti e fanno da base per tutte le altre tipologie.
Vengono a loro volta classificati in base al numero di atomi di carbonio che contengono e della presenza di un gruppo aldeidico o chetonico:
Per citarne alcuni, i più comuni, troviamo: fruttosio, glucosio, galattosio, ecc

Disaccaridi: Questi, come i monosaccaridi sono sempre denominati zuccheri per il sapore dolce che attribuiscono agli alimenti e sono composti come si può intuire dal nome.
Hanno origine dall’unione di due monosaccaridi con cui si formare i classici: lattosio, saccarosio, ecc

Oligosaccaridi: presentano una struttura più complessa dei loro fratelli disaccaridi, in quanto sono composti da una maggior quantità di monosaccaridi, infatti la loro struttura è composta da due fino a dieci monosaccaridi.

Polisaccaridi: hanno una struttura molto complessa, infatti sono composti minimo da 10 unità di monosaccaridi.
Presentano funzione di riserva.

CARBOIDRATI QUALI, QUANTI E FUNZIONE?

I carboidrati sono il macronutrienti che fornisce il maggior apporto di energia e permettono di “aumentare” il metabolismo, in quanto portano allo stimolo della leptina, l’ormone che regola il senso di sazietà ed è proprio quello che in contesti di forti ipocalorica prolungata subisce delle alterazioni ed alla conversione dell’ormone T4 in T3.
Questi sono gli ormoni tiroidei che portano ad un innalzamento del metabolismo, in quanto portano a lavorare maggiormente la tiroide.
Sono importanti anche in contesti di deficit calorico, come in bulk in quanto permettono di generare anabolismo e di conseguenza impedire il catabolismo proteico.
Esistono differenti fonti glucidiche, ma attenzione però, non vi è una tipologia in particolare, al massimo da limitare.
A differenza di quanto si è soliti credere, non ci sono alimenti magici e alimenti cattivi, tutto va contestualizzato, per cui è possibile utilizzare qualsivoglia fonte glucidica, l’importante come sempre sono le kcal introdotte.
Verrà da sé che ciò che porta ad ingrassare non sono appunto alimenti considerati “cattivi”, ma semplicemente l’eccesso, se io consumo 1500 e mangio 2500, anche se fossero kcal derivanti da fonti considerate “sane”, si andrebbe incontro ad un accumulo di adipe.
Quindi anche gli zuccheri possono essere assunti senza troppe paranoie, l’importante è limitarne la quantità.

LINEE GUIDA SULL’ASSUNZIONE DEI CARBOIDRATI

La quantità esatta di carboidrati da assumere in un giornata è soggettiva e non vi è una sola risposta, in quanto la composizione corporea, la fase della programmazione in cui ci si trova, lo stile di vita, gli allenamenti e non solo influenzano molto la loro quota.
Sicuramente un uomo avrà la possibilità di assumere una quota maggiore rispetto ad uno donna e così uno sportivo rispetto ad un sedentario.
Vi consiglio di ripartire i carboidrati utilizzando le kcal restanti da quelle che avete deciso di assumere dopo aver impostato proteine e grassi, per poi variare in caso di necessità.
La quantità di carboidrati che il corpo ha la possibilità di assorbire è di circa 1gxkg di peso corporeo all’ora, ma ciò può variare in quanto è influenzato da molteplici parametri:
-La velocità di svuotamento gastrico che dipende dalla densità calorica degli alimenti, maggiore è, maggiore sarà il tempo richiesto per l’assorbimento.
-La struttura della fonte glucidica, in quanto, più è complessa più tempo sarà necessario per il suo assorbimento.
-La velocità di assorbimento a livello intestinale
-La presenza di altri nutrienti quali proteine, grassi, fibre, ecc in quanto portano ad un aumento del tempo di digestione.

Per quanto concerne il momento più indicato per l’assunzione non vi è una vera e propria risposta come per la digestione, bene o male non vi è un momento ideale, al massimo è consigliabile concentrarne la quota maggiore circa tre ore tra pre e post allenamento per una questione di richiesta energetica.

INDICE GLICEMICO

Questo è un fattore piuttosto rilevante per quanto concerne la scelta delle fonti e del timing nutrizionale dei carboidrati, ciò però non significa che i carboidrati ad alto indice glicemico siano il male, anzi…
Il motivo è da ricercare sempre nella frase “è la dose che fa il veleno”, inserire degli alimenti con un indice glicemico alto non porterà nessun problema in un contesto di dieta sana ed equilibrata, anzi, potrebbe giovare sicuramente.
Se proprio vogliamo essere pignoli possiamo dire che è meglio prediligere carboidrati a basso indice glicemico, che ciò non significare assumere esclusivamente quelli.
Questo perché assumere prettamente fonti ad alto IG porterebbe ad un deterioramento della sensibilità insulinica che è ciò che permette al nostro organismo di gestire al meglio i glucidi.

CONCLUSIONE

I carboidrati, come gli altri nutrienti, sono fondamentali per l’organismo e vanno introdotti nelle giuste quantità, non eliminati o assunti in quantità eccessive come fossimo degli animali all’ingrasso.
Nei prossimi articoli tratteremo degli altri due macronutrienti, in modo tale da avere un quadro completo.

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